C’è questa foto, il volto insanguinato di uno dei manifestanti-terremotati durante la manifestazione romana del 7 luglio. Molto sangue, e si vede,  ma il ragazzo nella foto e un altro manifestante se la sono cavata con medicazioni leggere.

Le prime notizie di giornata, mentre il corteo si faceva minaccioso verso la residenza di Berlusconi, sembravano più drammatiche di quanto sarebbero apparse solo in serata. Il riflesso dei media, ma più ancora della rete e dei social network, era stato subito per lo scatto della gamba verso il caso noto: il G8 di Genova, la polizia in tenuta da guerra che picchia indiscriminatamente il popolo pacifico, elegie sudamericane. Prima ancora di pranzo sbucavano le prime vignette di stampo centrosocialistico, poliziotti con scudo in plexiglass che menano di manganello l’agnello della manifestazione. Alcuni appelli online di nuove Pasionarie (“stanno picchiando i nostri ragazzi, ditelo a tutti, non lasciateci soli“) ci hanno per un attimo tenuto sull’orlo della parodia macabra.

Ci sono cose che in questo paese non si capiranno mai. Che la misura è forza, che il senso delle proporzioni è controllo.

Un paio di poliziotti ci sono andati giù troppo duro. Un paio di manifestanti le hanno prese più di quanto sia lecito aspettarsi in una manifestazione pacifica. That’s all. Qualche militare perderà il permesso di tornare dalla fidanzata per un paio di week end. Ma non c’è stato un tentativo di eversione fascista dall’interno.

Il corteo di protesta degli Aquilani era contro il decreto del governo che spalmava su 5 anni le tasse da pagare per i residenti delle aree colpite dal terremoto. Dopo gli scontri e il momento di tensione, con la mediazione del PD, gli anni di rateizzazione sono diventati 10.

Alla fine i due feriti sono stati utili alla causa.

Due feriti in un tafferuglio non sono una notizia, sono una forma di negoziazione nell’ambito democratico. Perché la politica ha ancora un rapporto fisico con la realtà umana che è destinata a controllare. Non facciamoci spaventare da un po’ di sangue, a volte serve più di mille parole.

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Leggo e malvolentieri ricordo che il designatore degli arbitri Bergamo, oggi al centro più che mai dell’affare Calciopoli per la controffensiva Moggi, era nel 1981 l’arbitro che annullò il famoso gol di Turone in un Juventus-Roma 0-0, che finì per assegnare alla Juventus lo scudetto 1980-81, davanti alla Roma stessa.
Ero bambino, ero juventino, ma quel gol ingiustamente annullato segnò probabilmente la perdita dell’innocenza del calcio italiano, già macchiato dal calcioscommesse dell’anno prima, che stava entrando nella sua fase di riflusso politico/poetico diventando consumo di massa (definitivamente con il Mundial 82) con sempre crescenti esigenze di accontentare il potere economico che allora era solo la Juventus (posseduta Fiat) ma che ben presto si sarebbe arricchito di altri grandi club del Nord che non potevano più permettersi di perdere.
L’unica eccezione fu il Verona della stagione 1985-86, che vinse lo scudetto nell’unico anno in cui gli arbitri non venivano “designati” a tavolino, bensì sorteggiati a caso.
E la Roma, per piccolezza, ingenuità o chissà cos’altro (non uso mai la parola onestà), sembra averla presa in quel posto quasi tutti gli ultimi 40 anni.
Da cui il titolo.

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