
Ogni volta che Giulio Tremonti afferma che abbiamo il migliore (e più stabile) sistema pensionistico d’Europa viene davvero voglia di mettere mano alla pistola.
Lo ha fatto ancora oggi, a margine dei commenti sulla manovra finanziaria del Senato, che include altri artifizi per incrementare l’età pensionabile che nei prossimi anni salirà da 65 in su, fino forse ai 75 anni, in totale controtendenza con i nuovi ritmi della globalizzazione e il “ringiovanimento” richiesto alle nuove classi produttive per sopravvivere (oggi si è considerati professionalmente morti a 40 anni, altro che 75).
Il sistema migliore. Ma di che? Il più stabile? Forse, perché la riforma di passaggio al contributivo dal retributivo, a partire dal 1 gennaio 1996, ha promesso che a pieno regime (nel 2040) il sistema non potrà mai essere strutturalmente in deficit, in quanto dovrà pagare prestazioni pari alle sue entrate, con un meccanismo di equilibrio a prova di recessione economica.
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Pensioni, Robin Hood, Tremonti
Un nuovo spettro si aggira per l’Europa. No, non è il comunismo, è l’anzianismo.
La tendenza dei governi europei, oberati di debito pubblico e sempre più a corto di giovani lavoratori, è a dir poco schizofrenica. Dato che questi problemi non potranno che far esplodere i deficit contributivi dei sistemi pensionistici, la brillante soluzione dei nostri governanti non è di ridurre i flussi complessivi in sbilancio (aka ridurre il valore delle pensioni attuali) bensì di modifcare i termini anagrafici del sistema, senza accorgersi di come questo crei un paradosso insostenibile nel tempo.
E’ notizia di oggi che la Spagna – probabile prossima fermata della crisi economica – per ridurre il rischio di bancarotta vorrebbe innalzare dal prossimo anno l’età pensionabile fino a 67 anni, 2 anni in più dell’Italia dove, a tendere, si andrà in pensione tutti a 65 anni. Un’idea del genere, se a prima vista sembra utile per tamponare il disastro dei conti pubblici non tiene conto dell’impatto sul mercato del lavoro e nemmeno dei paradigmi culturali della società dei consumi, sempre più puntati sul consumo dei giovani, in una corsa disperata verso il regresso adolescenziale. Impatto sul mercato del lavoro, perché mantenere al lavoro i sessantenni significa ingorgare il sistema dall’alto, con un tappo all’ingresso dei ventenni dal basso. Avere i sessantenni ai vertici di imprese e istituzioni significa inoltre sclerotizzare la società, rallentare l’inevitabile adattamento dell’economia ai mutamenti della società.
Che modello di riforma è, in una società consumistica, dove il quarantenne impiegato è considerato uno da buttare, imporre a tutti di lavorare fino a quasi settant’anni?
(nella foto il CdA di Google, nel 2030)
Pensioni
(microfono aperto a Radio Popolare, si discute di pensioni con un esperto che risponde ai radioascoltatori)
“Sono io?”
“E’ lei, prego, è in onda, dica”
“Bene, io sono del ’50 e ho iniziato a lavorare nel ’75. Lavoro in Regione, quindi nel settore pubblico”
“Sì, cosa vuol chiedere al nostro esperto?”
“Allora io voglio andare in pensione, perché mi sono proprio stancata”
“Stancata?”
“Sì, di questi politici, non ne posso più”
“Ah, va bene, quando vorrebbe andare?”
“Alla fine della legislatura, dopo le elezioni regionali, quindi direi nella primavera del 2010. Però vorrei sapere se rientro nelle finestre. Io credo di no. Quindi vorrei andare in pensione subito e voglio sapere con quanto.”
“Va bene, sentiamo l’esperto”
“Perché davvero non ne posso più di questi politici, mi hanno stancata.”
“Sì, sentiamo l’esperto”
“Non dovrei rientrare nelle finestre…(si interrompe la comunicazione)
(parla l’esperto): “ma, veramente…si informi…forse le finestre si applicano. Questo significa aspettare almeno qualche mese prima di andare in pensione. Comunque lei è in pieno sistema retributivo, non misto, quindi a lei non si applicano i nuovi coefficienti sul montante. Significa che le spetta il 2% del suo stipendio lordo per ogni anno di contribuzione (quindi 70% ndr), del suo ultimo stipendio.
Momento Raskolnikov – On
Ma ****** vecchia, ti lamenti pure? Le finestre? Ma certo che ti tocca la finestra, e schiatta ancora un po’ su quella scrivania. Altrimenti dalla finestra ti ci ******** noi. Ma ********* arpìa, cosa vuoi ancora? Cosa hai fatto in Regione per 35 anni, che ci stai sul groppone quando lavori e pure quando vai in pensione. Ti stanno sul ***** i politici? Invece dovresti baciargli il **** tutte le mattine che grazie a loro te ne vai in pensione con il doppio rispetto a un ******** che inizia a lavorare adesso e che ti dovrà mantenere fino a quando ********? Ma **********, va’!
Momento Raskolnikov – Off
Pensioni, regione
Periodicamente, di solito una volta a trimestre, scoppia in Italia la polemica sulle pensioni: sono troppo basse, sono troppo alte, ci costano il giusto, ci costano troppo, vanno riformate, la riforma va bene così.
Anche questa settimana, puntuale, è scattata la polemica, rilanciata dal direttore della Banca d’Italia, Mario Draghi, a cui ha risposto immediatamente, per il governo, il ministro del welfare Maurizio Sacconi. Secondo Draghi la crisi economica ha peggiorato lo scenario di spesa pensionistica (crescente) rispetto alla crescita del PIL (negativa) ed è necessario intervenire subito prima che la finanza pubblica rischi ulteriori crac. Per il governo le riforme vanno bene così come sono, anche perché sta procedendo l’innalzamento dell’età fino a 65 anni per gli uomini e 60 per le donne; la finanziaria 2010 prevede anche che si vada oltre i 65 anni: dal 2015 l’entrata in pensione verrà aggiornata in base ai nuovi coefficienti di sopravvivenza umana, che continuano a crescere da diversi anni.
Nel grafico all’inizio del post potete vedere le ultime previsioni, aggiornate al 2008, da parte della ragioneria generale dello stato (RGS). A partire dal 2010 si nota un notevole salto della curva, un salto che durerà almeno fino al 2046, quando il rapporto spesa/PIL comincerà a scendere. Questo saldo si chiama in gergo “gobba del sistema pensionistico”.
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1996, Pensioni