Da anni in Italia c’è il dibattito sul diritto del Lavoro, sullo Statuto dei Lavoratori, sulle garanzie dei protetti dal sistema e degli esclusi, i precari.

Un dibattito di questo tipo, ovviamente, non può limitarsi ai confini nazionali. La globalizzazione ha scatenato la concorrenza tra paesi per attirare investimenti produttivi. Le aziende girano il mondo alla ricerca di manodopera sempre più a basso costo e a diritti limitati, sia fuori dal mercato UE (la Cina) che all’interno del mercato UE (Polonia e Paesi dell’Est Europa in genere).

Il mio parere, riguardo all’Italia e all’Europa,  è che riforme del Lavoro debbano essere fatte in maniera omogenea all’interno dello stesso Mercato. Inutile pensare a una riforma del lavoro in Italia senza considerare quello succede in Germania, o in Polonia.

Un’altra osservazione che faccio è che per problemi che si discutono all’infinito di solito la soluzione è quella più semplice, che abbia una visione di lungo termine e che tagli alla radice tutti sofismi nel breve.

Ecco perché penso che andrebbe introdotto, nell’ordinamento europeo, una forma di contratto di lavoro sovranazionale, il Contratto di Lavoro Unico Europeo (CLUE), immediatamente applicabile su forma sperimentale in tutti i Paesi del Mercato Unico, che possa essere portato da un lavoratore che si muove da un Paese all’altro, ad esempio da un lavoratore di Pomigliano d’Arco che volesse trasferirsi a Tichy in Polonia, a lavorare in uno stabilimento FIAT.

La sperimentazione potrebbe durare 5 anni, l’adesione di aziende e lavoratori essere fatta su base volontaria, il framework di diritti e dovere molto semplice richiamando la legislazione nazionale ove necessario, l’adesione a Corti di Giustizia dovrebbe essere univoca a livello europeo e riguardare quasi esclusivamente i grandi temi (tutela dei diritti umani e protezione dalle discriminazioni).

Se la sperimentazione portasse a buoni risultati si potrebbe pensare a introduzione a livello obbligatorio per tutti i nuovi contratti di lavoro.

Tenendo presente una regola fondamentale: tutti i cittadini di fronte al lavoro sono uguali. Il trattamento diverso tra precari e tutelati non può continuare a lungo senza distruggere il tessuto sociale europeo.

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C’è una nazionale, ai mondiali sudafricani, che sta vivendo una crisi durissima e forse definitiva. Dopo la sconfitta con il Messico (0-2) che al 99% li estromette dal mondiale, all’interno dei ”Bleus” è iniziata la resa dei conti, siamo prossimi al Regicidio.

La bolgia si è scatenata con gli insulti di Anelka a Domenech, poi è arrivata la dura accusa di Evra, che ha accusato un giocatore all’interno dello spogliatoio di essere la spia che ha riferito a Domenech le parole di Anelka. Oggi il clamoroso sciopero dei giocatori che in solidarietà con Anelka si sono rifiutati di allenarsi. La stampa transalpina spara addosso a tutti: federazione, Domenech, giocatori. Tutti sparano su tutti. Se continua così i giocatori potrebbero anche rifiutarsi di giocare l’ultima partita, l’allenatore dimettersi, la federazione transalpina ritirare la squadra dalla competizione, neanche si fosse a Brest-Litovsk.

Domenech nel 2006 era arrivato in finale contro l’Italia, e questo lo ha salvato per altri quattro anni. Ma è un allenatore odiatissimo da stampa e pubblico, non solo per le stranezze (non fa giocare i giocatori del segno della Bilancia) ma soprattutto per l’antipatia e l’arroganza. Un allenatore che sta lì “per motivi politici”, espresso da una federazione che al proprio interno gode di consenso bulgaro mentre all’esterno è più impopolare dello zarismo.

Già ai Mondiali di Germania Domenech era stato sfiduciato praticamente da tutti, poi dopo le prime gare i giocatori guidati da Zidane si erano affidati a una specie di autogestione.

Un allenatore che nessuno vuole. Eppure è ancora lì.

Se questo è un pezzo dell’Europa politica che stiamo costruendo, stiamo freschi.

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focus_grecia.jpgLa politica occidentale moderna nacque ad Atene attorno al V secolo a.C. ma non sembra aver fatto molti progressi da allora.
Dell’Unione Europea si dice da tempo che è un’idea puramente economica e non politica, un mercato comune con una moneta unica ma senz’anima, senza capacità di esprimere un sistema coerente di decisioni politiche E’ vero, è così, anche perché questo è stato, fin dall’inizio, il progetto realistico dei suoi fondatori che evidentemente ammiravano la globalizzazione commerciale del Rinascimento più delle imprese a cavallo di Napoleone. L’idea alla base dell’Unione è che l’uomo politico si crei una volta creato l’uomo economico, che solo attraverso lo scambio di merci, servizi e forza lavoro e dopo consuetudini di decenni si decida di mettere in comune anche la gestione del potere.
Un’idea chiara al momento del Trattato di Roma nel 1957, ancora più chiara al momento del Trattato di Maastricht nel 1989 che disegnava l’architettura dell’Euro. Già da Maastricht era chiaro l’obiettivo per i ministri europei delle finanze che volessero partecipare alla moneta unica poi introdotta nel 2002: il tasso di cambio tra paesi sarebbe stato eliminato, la politica monetaria delegata a un’unica banca centrale europea. In questo modo non sarebbero più state possibili svalutazione della moneta locale (eliminata per definizione) e nemmeno il surriscaldamento inflazionistico o da debito pubblico che prima o poi si sarebbe scaricato sul peggioramento delle condizioni di scambio fra paesi dell’Unione.

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PD_Bersani.jpgC’è una buona ragione per appoggiare la mozione Bersani nella sfida delle primarie PD.
Tornare a bomba, alla politica vera.
La tradizione politica europea prevede quattro grandi aree: quella conservatrice britannica o cristiano-sociale francese e tedesca (raggruppate attorno al gruppo del PPE), quella socialista-progressista inglese-spagnola-francese (raggruppate attorno al PSE), quella liberale inglese-tedesca, poi un insieme di ideologie minoritarie contemporanee, quella verde, quella nazionalista o anti-europeista, quella radical-liberale, altre.
La crisi della Prima Repubblica italiana, dopo da Mani Pulite, ha curiosamente distrutto i partiti tradizionali (che, tecnicamente, non potevano rubare in quanto partiti) e non le persone fisiche, con l’eccezione rilevante di Bettino Craxi. La DC, il PSI, il PCI, il PLI, il PRI, tutti morti. Grazie alla concomitante crisi del comunismo e i fatti dell’89 si è colta la mela al balzo, accoppàndo in un colpo solo vecchi partiti e ideologie della guerra fredda con uno stratagemma trasformistico, ricavandone l’invenzione di partiti nuovi di zecca (la Lega, Forza Italia, UDC, UDEUR, IDV) plasmati dal carisma dei propri leader o soltanto “cambi di nome” (i DS, UDC, PPI). Si è arrivati a usare quasi tutte le definizioni disponibili in natura: l’Ulivo, la Quercia, la Margherita, il Sole che Ride, l’Asinello, W la libertà, partito di popolo, popolo per il partito. Il successo ottenuto da Berlusconi e soprattutto la sua continuità al potere hanno poi spinto anche la sinistra a chiedersi se bastasse cambiare il marchio o non servisse piuttosto l’uomo carismatico, un leader che non solo guidasse un’organizzazione stabile ma che la rifondasse ogni volta, ogni giorno, sotto l’egida del suo nome. Un leader carismatico, sostanzialmente slegato dal suo stesso passato, ideologicamente irresponsabile (che può dire quello che vuole, tipo Tremonti che fa l’elogio del posto fisso, per dirne una)

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(prefazione parte I – noioso andante)

Nella scienza economica si parla di mercato per definire quello spazio teorico nel quale la funzione microeconomica del singolo individuo si incontra con la funzione macroeconomica dei fattori di produzione. Il risultato è la definizione di una quota di domanda e offerta di prodotto/servizio ad un dato prezzo di equilibrio, alto o basso che sia. Il prezzo (di equlibrio) assegnato ai beni/servizi è la caratteristica tipica del mercato. Senza il prezzo non c’è mercato. Senza prezzo (giusto) non c’è mercato (in senso tecnico)

(prefazione parte II – abbastanza noioso)

Lo Stato non fa parte del Mercato ma può entrarci a piacimento. O per regolarlo come arbitro o per interferirne come soggetto all’interno della funzione micro/macro. Secondo i liberisti lo Stato dovrebbe limitarsi a regolare il mercato oppure a “ripararlo” quando il mercato fallisce. Secondo gli assunti della socialdemocrazia il mercato non è in grado di realizzare gli ideali naturali della vita sociale tanto che lo Stato deve entrarci in maniera permanente come soggetto uber alles.

(intermezzo – gioioso)

Chi scrive è un liberista per cui raccomanda allo Stato di entrare nel Mercato solo quando questo fallisce, in senso tecnico.

(prefazione parte III – vivace, alla fine)

Contrariamente a quanti molti credono la recente crisi finanziaria, o dei subprime, non è una degenerazione del mercato ma un suo fallimento. Un fallimento reso evidente dalla mancanza del prezzo (giusto) dei titoli subprime che non “prezzavano” la componente di alto rischio dovuto al loro sottostante (“hey, signore banche, state investendo miliardi di euro in debito contratto da famiglie di negri degli slumps di Miami che comprano case che non potranno mai ripagare, siete sicure di quello che fate?”); il tutto attraverso titoli scambiati non sul mercato regolato ma “over the counter” con la benedizione della Federal Reserve e del Governo Americano che pompava denaro gratis nel sistema e stimolava i consumi tramite sgravi fiscali e boom del credito. Un fallimento del mercato “causato” dall’intervento dello Stato.

(ATTO UNICO)

Arrivo al punto: ci sono mercati che falliscono e mercati che funzionano. Nei primi ci mettiamo il mercato finanziario dei derivati di cui sopra. Nei mercati che funzionano includiamo quello dell’automobile che viene sovvenzionato dagli Stati, da diversi anni, senza un fondamento alcuno.

Tra i mercati che stanno fallendo, in senso tecnico, c’è il mercato della musica registrata, l’industria musicale: a livello mondiale, l’industria musicale perde circa 1 miliardo di dollari di incassi all’anno, più o meno a partire dal 2000, anno che possiamo far coincidere con il decollo della banda larga su Internet, che oggi, in Europa Occidentale, vale per gli operatori ISP un fatturato di circa 50 miliardi di dollaro l’anno. Di questi 50 miliardi di fatturato almeno 10 miliardi di dollari finiscono al fisco tramite IVA sulle bollette Internet.

Il 95% del consumo di musica digitale non viene pagato dai consumatori, per il fenomeno detto pirateria informatica. Solo il 5% della musica viene acquistata a pagamento. Il travaso teorico del fatturato dal supporto fisico a quello digitale sta avvenendo in maniera molto rapida (il CD è pronto a scomparire) ma con una dispersione del 95% degli incassi, come se per estrarre petrolio da un oleodotto lo si continuasse a bucare in più punti, lasciando aperte le falle. Di questo passo la musica l’industria musicale sarà scomparsa in meno di una decade. Con effetti disastrosi sull’indotto.

Si stanno dicendo molte cose sull’industria discografica: che è guidata da incapaci, che è troppo avida, che la sua dissoluzione servirà ad innovare, spostando il denaro dal prodotto fisico agli eventi dal vivo ed al broadcast pagato dalla pubblicità. Ma queste osservazioni rischiano di essere marginali (ormai le discografiche hanno management simili all’industria di largo consumo e non sono necessariamente più scemi del resto del mondo) ed a volte esageratamente ottimiste (la pubblicità di YouTube vale 200 milioni di dollari a livello mondiale, molti dubitano possa essere un vero salvavita per labels ed artisti).

Nel quadro generale del fallimento del mercato discografico le curve di domanda ed offerta non si incontrano più e non si crea più il prezzo giusto. Supponete di essere all’Autogrill con un notebook a portata di mano. Potete scegliere di comprare il CD a scaffale a 19,99 euro oppure connettervi mentre vi fate un caffé scaricando lo stesso CD gratis dalla rete con una connessione peer-to-peer. Se nello stesso punto fisico/virtuale del mercato avete questa disponibilità non esiste una funzione di domanda, non scegliete in base al prezzo ma alla vostra appartenenza di nicchia. Se fate parte del 5% che ama la musica di qualità superiore oppure è incapace di usare il notebook comprerete il CD a scaffale. Se fate parte del 95% che non è più disposto a pagare per la musica lo scaricherete gratis. Non c’è interazione tra le due nicchie, che fanno scelte di consumo pre-definite. Si arriva al paradosso di avere i super-consumatori (che ascoltano almeno 500 canzoni l’anno) che non la vogliono più pagare mentre i consumatori occasionali (che ascoltano poca musica ma magari preferiscono regalarla tramite CD) che sono gli unici disposti ancora a pagarla. E’ opinione di chi scrive che il prezzo di vendita non sia un fattore decisivo, la curva di domanda non è elastica. Se anche il CD costasse 9,99 anzi che 19,99 la quantità di consumi rimarrebbe pressoché invariata. Ecco come si riconosce il fallimento del mercato: il prezzo non serve più a modificare i comportamenti d’acquisto scorrendo lungo la curva di domanda. Ecco perché lo Stato dovrebbe intervenire in qualche modo a sanare la situazione come per le Banche (smettendo invece di sovvenzionare l’Auto).

Ma non lo fa. O se lo fa interviene con la forza.

Qualche settimana fa L’Assemblea Nazionale Francese (incalzata dalla lobby discografica parigina, in primis Vivendi-Universal) ha votato la cosidetta Legge Hadopi, o “legge dei tre colpi”. Un pirata beccato a scaricare file illegali da Internet verrà identificato ed avvertito in maniera formale per le prime due volte. Alla terza scatterà la punizione draconiana: interruzione della connessione Internet. La legge ha il dono della semplicità di interpretazione ma una serie di vincoli quasi impossibili per l’applicazione (identificazione utente, costituzionalità dell’intervento, limitazione della libertà personale). Uno dei primi dossier che si troverà ad affrontare l’Euro Parlamento che oggi stiamo votando nei 27 Paesi dell’Unione è proprio la regolazione della materia tramite il cosiddetto “Pacchetto Telecom”. Il contrasto tra la Legge Hadopi e l’orientamento europeo è già emerso nei mesi scorsi tanto che la Francia ha un po’ addolcito la pillola avvelenata ai navigatori Internet ma la battaglia è ancora tutta da combattere.

Il vero limite della Legge Hadopi è che attribuisce totalmente il fallimento del mercato ai consumatori e li spaventa, cercando di ripristanare la situazione legale di partenza. Ma dimentica il beneficio dei fornitori di banda Internet, le dinamiche delle relazioni discografiche- artisti, il ruolo passivo dello Stato incapace di far mantenere la legge nella sostanza (la legge Hadopi potrà essere aggirata schermando l’utente finale tramite software già in partenza) ed incapace di innovare filosoficamente e tecnologicamente il mondo del consumo.

Credo invece che in questa fase di transizione e caos, i Governi e l’Unione Europea (una Direttiva Europea sarebbe necessaria) dovrebbero avere un atteggiamento più conciliante, d’attesa, riconoscendo che un fallimento di mercato va affrontato con strumenti nuovi.

Anche devolvendo solamente il 5% dell’IVA incassata sulle bollette Internet dell’Unione Europea (l’1% della bolletta complessiva) si renderebbe disponibile mezzo miliardo di Euro l’anno di aiuti per l’industria discografica e musicale. Non è davvero nulla paragonato agli interventi attuali per Banche e Auto. L’aiuto potrebbe essere distribuito come incentivo per ogni canzone venduta in maniera legale e debitamente tracciata dai sistemi di vendita digitale, CD e dalle associazioni autori (es. SIAE). Per ogni canzone venduta lo Stato fornirebbe un contributo integrativo, in maniera non dissimile agli aiuti agricoli (tipo quote latte), già in piedi in tutta la Comunità Europea.

Il contributo-musica servirebbe a tappare le falle e permettere all’industria discografica di finanziare la transizione ad un mondo nuovo, che ancora non si capisce quale sarà. L’incentivo avrebbe un fondamento di mercato e non una logica assistenziale cieca. Si premierebbe la musica che vende di più, in quota pro-rata, mantenendo l’idea di premiare ciò che piace al pubblico.

I provider ISP non verrebbero quindi penalizzati, dovendo già loro investire i profitti attuali nell’ammodernamento della rete Internet sulla quale oggi non si fanno investimenti anche per timore della pirateria ed il lavoro delle lobby musical-discografiche-televisive.

Le case discografiche dovrebbero destinare il contributo a nuove produzioni ed alla ricerca di nuovi talenti.

Lo Stato dovrebbe ammortizzare il costo grazie alle maggiori vendite di musica ed ad un generale aumento del fatturato di sistema con maggiori introiti su connessioni Internet e vendita di Musica. Il sistema di incentivi dovrebbe rimanere transitorio, fino a quando venisse restaurata la funzione di prezzo e quindi il funzionamento del mercato in senso tecnico.

In più i migliaia di precari dell’industria musicale potrebbero arrotondare un po’ i loro introiti, focalizzandosi il più possibile nella produzione artistica, senza necessità di trovare un posto in banca per vivere (non facile trovare nemmeno un posto in banca, oggi, tra l’altro).

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Piace così tanto il piano casa italiano, alla UE, che vogliono vederlo ancora prima che lo si veda noi.
Questa almeno è la versione del Premier Berlusconi che ha parlato del suo progetto per il rilancio dell’edilizia e dell’economia al vertice europeo di Bruxelles. Addirittura i portoghesi sarebbero entusiasti dell’idea di Silvio e vorrebbero applicarla al più presto al loro paese che, come l’Italia, ha una maggioranza di costruzioni mono-bi familiari (tipicame la villetta ma anche il castello, vien da pensare).

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