Pubblicato il 1 novembre 2011
Che il Presidente della Commissione Europea (José Manuel Barroso), uso a pontificare un giorno sì e l’altro pure su quell’invocazione messianica rappresentata dagli Eurobond, sia nato in un paese da bancarotta (il Portogallo), non è che mi faccia vivere sereno da contribuente di un paese europeo. Allo stesso modo che sia un belga (Herman Van Rompuy) a presiedere il Consiglio d’Europa e a dare mille interviste che fanno impennare gli spread mi fa spesso rivalutare l’eloquenza dei pregiudizi su un Paese che, direbbe de Gaulle, non è nemmeno un’espressione geografica, e che da un anno non riesce a formare un governo per la divisione delle comunità linguistiche che lo compongono
Però ho deciso di dare una certa fiducia alle convergenze sovranazionali, e quindi mi ricaccio in gola in pregiudizi e cerco di immaginare una gens europea, che si muova senza il vincolo nazionale all’interno di una burocrazia sempre tesa (cit.) al benessere complessivo dell’area, non alle logiche di potere delle cancellerie nazionali. [Leggi tutto]
Pubblicato il 29 ottobre 2011

Alessandro Baricco non farà il Presidente del Consiglio non perché è tardi, come dice lui stesso, ma perché probabilmente non ne sarebbe capace.
La Politica è acquisizione e gestione del potere in società aperte ma squilibrate, conflittuali per natura democratica. E’ un mestiere di merda, che i politici fanno perché al punto di approdo è la gloria terrena e la possibilità di gestire tanto denaro, quanto non ne vedono nemmeno a Wall Street (ricordiamo che in Italia la Spesa Pubblica equivale a metà del PIL); è un mestiere che ha a che fare con la prosa, non con la poesia, è spesso semplicemente una tecnica, a volte un’arte, ma non è realizzazione della felicità in terra, discorso escatologico del laico con l’invidia del cadavere (di Cristo). E’ solo Politica. Mezzi. Fini.
Alessandro Baricco è il miglior divulgatore letterario di questi anni, la sua trasmissione su Rai3, Pickwick, forse la più bella trasmissione in assoluto quando ancora la Rai aveva ancora qualche ambizione culturale; i suoi libri non li so giudicare perché non li ho letti. [Leggi tutto]
Pubblicato il 28 ottobre 2011

Quando uno legge notizie come questa non sa se gioire per lo scampato pericolo oppure incazzarsi per lo spreco di denaro pubblico finito come al solito in studi di fattibilità, slides dai colori alla moda nella penombra dei proiettori, segretarie profumate in minigonna davanti a vecchi dirigenti in carta pecora, mobiletti in legnetto e plastichina, ridicole riunioni all’ultimo piano.
Come per la Pedemontana, la Tangenziale Esterna Milanese e altre tragiche esperienze di appalti pubblici che per pigrizia posso solo intuire, il Ponte sullo Stretto di Messina è stato, fin dall’inizio il solito modus operandi per regalare un po’ di soldi a mani ben posizionate, impiegando ingegneri e architetti (operai non credo, non avendo mosso una pietra) a tracciare nel cielo dei desideri traiettorie plastiche che verranno regolarmente impallinate da manager riempiti di soldi perché nulla cambi.
Il Ponte sullo Stretto di Messina non si farà mai. Perché è costosissimo, pericoloso, sostanzialmente inutile data la struttura dell’economia locale.
Non crediate davvero che senza i soldi negati dal Governo e dall’Unione Europea il Ponte si farà lo stesso, come sostiene qualche avventuroso portavoce del Governo.
A meno che la Mafia si assuma le sue responsabilità nello sviluppo territoriale.
Loro i soldi ce li hanno.
Pubblicato il 27 ottobre 2011
(Via Olgettina, giovedì mattina, sul lato carreggiata con divieto di sosta)
“guardi che qui non si può parcheggiare, è pericoloso, se all’incrocio viene un’auto nell’altro senso si rischia l’incidente”
“cosa?”
“non.si.può.parcheggiare, noi residenti siamo al limite della sopportazione”
“ma non vede?”
“cosa?”
“che sono incinta”
“ma che c’entra, scusi”
“eh, non vede che sono incinta?”
“lo vedo, a parte che non sta guidando lei” (scende l’amica che l’accompagna, lato guidatore)
“adesso ce la prendiamo con le donne incinte”
“guardi la fila, non siete tutti in stato di gravidanza, e poi c’è il parcheggio dell’ospedale”
“ma che modi…” (si allontana, la sua amica la segue dopo aver gettato un’occhiata obliqua)
“c’è il parcheggio dell’ospedale, a pagamento…signora incinta…si entra di là!”
(nella foto modello e targa)
Pubblicato il 25 ottobre 2011
Oggi è stato tutto un rifiorire di orgoglio patrio ferito dal gioco di ironici sguardi franco tedeschi durante l’EuroGruppo. Francesi: che avete da ridere? Sarkò, ti sei guardato in casa, che ti stanno togliendo anche a te la tripla AAA? E hai visto che le tue banche sono sull’orlo del baratro perché zeppe di titoli greci che verranno svalutati almeno del 60%?
L’economia finanziaria globale è una concatenazione di gangli altamente sensibili, che difficilmente resistono alla caduta dell’elemento più prossimo. Possiamo così prevedere che il default della Grecia (ormai inevitabile dopo due anni di pantomime dei governanti nazionali e sovranazionali) metterà sotto forte pressione alcune banche francesi che potrebbero collassare. Da qui il nostro umorismo, forte di banche nazionali che non parlano inglese e han fatto le sparagnine, come disse Tremonti. E che non hanno avuto bisogno di essere salvate. Peccato però che le banche francesi detengano un sacco del nostro debito pubblico. E che di fronte al rischio di default a causa del fuoco greco scaricherebbero sul mercato tutti i titoli di stato italiani, il cui prezzo crollerebbe affossando il mark-to-market e quindi portando al fallimento teorico di tutte le banche italiane, tanto conservative, tanto brave ma non abbastanza da salvarsi il culo.
Insomma, possiamo ridere di chi ride dell’Italia, ma in quasi tutti gli scenari possibili abbiamo la peggio noi.
Pubblicato il 24 ottobre 2011
La cosa peggiore che può capitare all’Europa, che da anni ha perso la voglia di lavorare, è che il suo desiderio si avveri.
Pubblicato il 21 ottobre 2011
(Milano, ore 10 del mattino circa, un parcheggio a ore vicino a Piazza Cinque Giornate)
“quant’è”
“5 euro, vuole la ricevuta?”
“sì, certamente”
“porcodìo”
“che succede”
“non c’è una penna, porcodìo”
“si calmi, guardi bene”
“in questo ufficio non c’è un cazzo, come faccio a far le ricevute” (agita il blocchetto)
“stia c…guardi…c’è una penna dietro la tastiera”
“ah, ecco…sì…(agita la penna)…ecco…porcodìo”
“che succede?”
“non va” [Leggi tutto]
Pubblicato il 15 ottobre 2011
Tanto tempo fa, quando ancora le rivoluzioni si facevano con l’eloquente uso di una qualche forma di violenza collettiva, le prime ore della mattina erano decisive per i rivoltosi, perché lo scopo era sorprendere i nemici di classe nel torpore del risveglio. Il 14 luglio 1789 è mattina presto quando alcuni cenci parigini assaltano l’armeria al Palace des Invalides per poi spaventare i guardiani della Bastiglia a colpi cannone; Lenin proclama la vittoria insurrezionale alle 10 del 25 ottobre, quando inizia l’assedio al Palazzo d’Inverno sede del governo provvisorio di Kerenskij.
Oggi l’indignazione è un sentimento legittimo che entra in conflitto con le agende serrate della settimana lavorativa, con il traffico degli ipermercati all’ora di pranzo e con lo schedule degli appuntamenti sportivi: stamattina a Parigi, per esempio, la città era bloccata, sì, ma dalla semifinale di rugby contro il Galles in Nuova Zelanda, finita attorno alle 12, due ore giuste giuste per un pranzo comodo prima del corteo delle 14; in Giappone, un paese a grande vocazione industriale dove si lavora ancora in vere fabbriche, all’Occupy Tokio del sabato mattina non c’è andato nessuno.
Ma pure al netto delle facili ironie del moderato che non sa bene se debba sprangare le finestre o lasciarle aperte, se vogliamo invece passare ai contenuti della prima manifestazione globale con un nome in spagnolo, beh, mi pare che non ci siamo. [Leggi tutto]
Pubblicato il 13 ottobre 2011
Ogni volta che la storia del conflitto israeliano palestinese si arricchisce di un nuovo episodio mi infliggo la pena del solito giro al bar dello sport per raccogliere le opinioni degli illuminati del diritto internazionale, dotati non solo di un’opinione ben precisa (da almeno 40 anni) sul confine tra giusto e sbagliato quando si parla dello Stato di Israele ma anche innamorati del loro unico argomento: la risoluzione n. 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che alla fine della Guerra dei Sei Giorni (1967) ribadiva al vincitore di quel conflitto – Israele – una regola planetaria: non si possono acquisire nuovi territori tramite l’uso della forza. E quindi facessero il favore di restituire quei territori ai legittimi sconfitti, i paesi arabi, scornati dalla travolgente offensiva israeliana, e ai loro protegées palestinesi.
“Israele ha conquistato quei territori con la forza. Non ha diritto di stare lì. Lo dice l’ONU, figuratevi. Israele è forza occupante. Se ne vada.”
Poco importa se quella risoluzione è inserita in un discorso più ampio che prevederebbe la restituzione dei territori occupati in cambio di riconoscimento diplomatico dello Stato d’Israele, ipotesi che organizzazioni come Hamas ancora escludono fin dal loro statuto. La risoluzione è lì, a divinis, a seguito dell’idea democrazia come principio morale immanente e non come metodo di organizzazione del potere: la democrazia è buona così come il mercato finanziario è cattivo. Cose così.
Il fatto è che siamo tanti innamorati del nuovismo del dopoguerra democratico inteso come antitesi a una qualunque forma di fascismo che ci dimentichiamo di verificare le fonti: Israele vince dunque è cattivo, i palestinesi perdono in quanto buoni. L’ONU è un’entità celeste e infallibile in quanto democratica che ci toglie dal pensiero quelle cose scomode chiamate guerre. Israele sbaglia. Si ritiri. Senza se e senza ma.
Ma può un’organizzazione di Stati, l’ONU, essere più democratica e pacifista dei suoi membri? E quanto è moralmente superiore ai singoli Paesi che pretende di sanzionare? [Leggi tutto]
Pubblicato il 30 settembre 2011
Questo blog – scusandosi per il ritardo sulle 48 ore previste – a seguito di semplice richiesta della parte lesa (la cui mail è stata letta con 3 giorni di ritardo, causa impegni) – utilizza questo spazio per rettificare quanto scritto nella data indicata, in un pezzo che adesso non è possibile linkare, avente per oggetto un presunto attacco su un argomento che lo scrivente a malapena conosce e che nemmeno ricorda, a dire il vero.
In ogni caso 12 mila euro non li ho.
Cordialità