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	<title>Jonkind &#187; That&#8217;s all Art!</title>
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		<title>Un amore perfetto &#8211; Howard Jacobson</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Aug 2011 18:33:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
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		<category><![CDATA[amore perfetto]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;No, l&#8217;amore di cui parlo io, l&#8217;amore temerario e sanguigno, l&#8217;unico amore che meriti di chiamarsi tale &#8211; l&#8217;ultima avventura erotica rimastaci in attesa dell&#8217;estinzione &#8211; richiede la presenza di un altro uomo. Un rivale. Non un compagno che goda come te dei favori della tua consorte, non un Jim per il tuo Jules o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/08/amore.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-4609" title="amore" src="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/08/amore.jpeg" alt="" width="148" height="218" /></a>&#8220;No, l&#8217;amore di cui parlo io, l&#8217;amore temerario e sanguigno, l&#8217;unico amore che <em>meriti</em> di chiamarsi tale &#8211; l&#8217;ultima avventura erotica rimastaci in attesa dell&#8217;estinzione &#8211; richiede la presenza di un altro uomo. Un rivale. Non un compagno che goda come te dei favori della tua consorte, non un Jim per il tuo Jules o un Jules per il tuo Jim. Non una pausa da te o una sorta di tua variante, e nemmeno un Heathcliff eterna-roccia-qualora-tutto-il-resto-perisse, ma la spaventosa alternativa &#8211; giorno e notte, piova o splenda il sole &#8211; a te stesso. Tu come non ti è toccato di essere. Un te stesso capace di eclissarti del tutto come se non fossi mai esistito.&#8221;</p>
<p><em>(tratto da Un Amore Perfetto di Howard Jacobson, pag.55)</em></p>
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		<title>The Tree of Life</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jun 2011 13:25:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
				<category><![CDATA[That's all Art!]]></category>
		<category><![CDATA[Brad Pitt]]></category>
		<category><![CDATA[Terrence Malick]]></category>

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		<description><![CDATA[Il nuovo film di Terrence Malick raggiunge, alla metà della sua proiezione in un cinema vuoto a Pioltello, nuovi vertici dell incommentabilità dello spettatore medio, nel momento in cui prova un&#8217;acrobazia sull&#8217;ellittica kubrickiana dagli anelli di Saturno (con feto) alla Preistoria pre-scimmiesca: &#8220;sembrano quelle slide Power Point di bellezze naturali che ti forwardano nella mail, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/06/tree_of_life_5.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4439" title="tree_of_life_5" src="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/06/tree_of_life_5.jpg" alt="" width="609" height="303" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Il nuovo film di Terrence Malick raggiunge, alla metà della sua proiezione in un cinema vuoto a Pioltello, nuovi vertici dell incommentabilità dello spettatore medio, nel momento in cui prova un&#8217;acrobazia sull&#8217;ellittica kubrickiana dagli anelli di Saturno (con feto) alla Preistoria pre-scimmiesca:</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;sembrano quelle slide Power Point di bellezze naturali che ti forwardano nella mail, mandate avanti alla velocità di uno che si fa una sega&#8221;</em></p>
<p style="text-align: left;">Ci sono molti rischi in <em>The Tree of Life</em>, la ridefinizione del concetto stesso di noia, la croce finale sulla capacità professionali di Sean Penn per non parlare della possibile appropriazione di un certo sentimento pro life da parte di qualche gruppo cristiano-evangelico.</p>
<p style="text-align: left;">Ma in mezzo all&#8217;assurdità delle ambizioni il regista riesce a scolpire un tratto epocale del suo stile nel modo in cui racconta, in poco più di due ore, un&#8217;intera infanzia del protagonista dalla nascita all&#8217;adolescenza, comprimendo l&#8217;unità aristotelica di tempo/luogo/azione in un montaggio nouvelle vague senza un attimo di respiro: ricordi, impressioni, facce, luoghi, senza obbligo di sviluppo, senza didascalie (come sono tutti i ricordi di infanzia, vaghi e tagliuzzati), costruendo una sintesi emozionale poco più che perfetta in due ore nelle quali è lo stesso spettatore che nasce, cresce e vive dietro la cinepresa, quasi come se fosse la sua vita e non quella degli attori a sbattere nell&#8217;inquietudine e nell&#8217;ansia della vita.</p>
<p style="text-align: left;">Per non parlare poi di un&#8217;altra qualità kubrickiana: tirare fuori tutto il poco di un attore di medio cabotaggio fino a farlo sembrare un grande: dove in <em>Eyes Wide Shut</em> era Tom Cruise a incarnare l&#8217;eroe che non sa cosa gli sta succedendo nella storia, con quell&#8217;espressione &#8211; specialità della casa &#8211; perennemente a bocca aperta di scena in scena, in <em>The Tree of Life</em> è Brad Pitt a cui si chiede di essere del tutto privo di capacità di comunicare i propri sentimenti (di padre). L&#8217;attore nel suo elemento, ridotto a combinazione binaria in mano a un regista dedito alla perfezione.</p>
<p style="text-align: left;">Il film di Malick è assurdo e straordinario, anche nei difetti.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;di Malick mi piacciono soprattuto i giochi d&#8217;acqua&#8221;</em></p>
<p style="text-align: center;">(altro commento di spettatore all&#8217;uscita)</p>
<p style="text-align: left;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><em><br />
</em></p>
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		<title>London Boulevard</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jun 2011 22:23:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
				<category><![CDATA[That's all Art!]]></category>
		<category><![CDATA[Colin Farrell]]></category>
		<category><![CDATA[Kera Knightley]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Scommetto che adesso arriva un negro e gli tira un pugno&#8221;. Così, dando di gomito al mio compagno di sventura in sala, cercavo di indovinare la prossima curva della sceneggiatura di questa crisi di nervi British messa in pellicola. Il negro alla fine non era solo un negro, mi son sbagliato di poco: i negri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/06/London-Breakdown.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4418" title="London Breakdown" src="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/06/London-Breakdown.jpg" alt="" width="610" height="342" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Scommetto che adesso arriva un negro e gli tira un pugno&#8221;.</em></p>
<p>Così, dando di gomito al mio compagno di sventura in sala, cercavo di indovinare la prossima curva della sceneggiatura di questa crisi di nervi British messa in pellicola. Il negro alla fine non era solo un negro, mi son sbagliato di poco: i negri complessivamente erano in 4, sbucati da un corridoio lungo e lercio, non solo grossi e neri ma anche islamici e circoncisi nell&#8217;interpretazione di un Colin Farrell pestato a sangue nell&#8217;esercizio della sua attività di pizzettaro dei poveri in un casa popolare londinese; il tutto al minuto 00:24 dell&#8217;esordio alla regia del celebre sceneggiatore di The Departed, William Monahan.</p>
<p>Ma la previdibilità dello sviluppo non è il difetto peggiore di questo film, che i difetti dei cattivi film li ha probabilmente tutti. A partire dai due protagonisti, un Farrell testimonial delle magliette della salute e delle sigarette (non vedevo tanto fumo in un film dai tempi del Grande Sonno di Howard Hawks) e una Keira Knightley con un taglio di capelli impossibile e un lavoro faticoso quanto plateale sui suoi limiti di attrice.</p>
<p>Non ho ben capito se Monahan volesse rifare qualche capolavoro di Martin Scorsese, all&#8217;altare del quale vengono sacrificati almeno una quindicina di capolavori del rock (partendo, ovvio, dagli Stones di <em>Stray Cat Blues</em>) tentando di defibrillare delle scene nate morte, o se volesse ricreare certe virili atmosfere dell&#8217;hard boiled con Humphrey Bogart, nel qual caso con il suo protagonista avrebbe indovinato solo la statura.</p>
<p>In ogni caso &#8220;<em>you can&#8217;t put a lipstick on a pig</em>&#8220;. Nel nostro caso più che pigs sono dogs.</p>
<p>E anzi, stavolta non c&#8217;era neanche il lipstick a ravvivare dei dialoghi che gridano vendetta fin dalla caverna di Rilke.</p>
<p><em>(comunque il film fa ridere da quanto è sconclusionato e inverosimile, potete passare due ore memorabili purché andiate con gli amici: la ditta Abrahams-Zucker non avrebbe potuto fare di meglio)</em></p>
<p><em>(uscito dal cinema sono dovuto andare in città a comprare le sigarette, tutti i protagonisti se ne accendono una prima di dire ogni battuta, a un certo punto c&#8217;è una specie di piano sequenza con tre sigarette che si accendono in rapida successione)</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
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		<title>L&#8217;antisemitismo dei VIP</title>
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		<pubDate>Sat, 21 May 2011 09:13:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
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		<category><![CDATA[antisemitismo]]></category>
		<category><![CDATA[von trier]]></category>

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		<description><![CDATA[Chi di noi non ha mai bestemmiato dopo aver colpito uno spigolo con il ginocchio, chi non ha apostrofato &#8220;immigrato del cazzo&#8221; un lavavetri che in una giornata storta ti butta una secchiata di sapone sporco sul parabrezza, chi non ha mai invocato, nel mezzo di un alterco, l&#8217;intervento di una staffetta motorizzata delle Waffen [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chi di noi non ha mai bestemmiato dopo aver colpito uno spigolo con il ginocchio, chi non ha apostrofato &#8220;immigrato del cazzo&#8221; un lavavetri che in una giornata storta ti butta una secchiata di sapone sporco sul parabrezza, chi non ha mai invocato, nel mezzo di un alterco, l&#8217;intervento di una staffetta motorizzata delle Waffen SS che porti via l&#8217;idiota che ci ha tagliato la strada e gli spari alla nuca girato l&#8217;angolo.</p>
<p>Il pregiudizio razziale o religioso è quasi sempre un sussulto di ripulsione esistenziale, che si manifesta nel mezzo di un moto di difesa verso una minaccia al quieto vivere. E&#8217; un riflesso condizionato, il segnale di qualcosa di sbagliato nel mondo, prima ancora che in noi stessi, una crepa nel modello di convivenza universale. Un difetto del progetto.<span id="more-4111"></span></p>
<p>Sono quindi tollerante verso chi spara bestemmie a caldo, verso chi si aggrappa all&#8217;ebreo della propaganda per semplificare i difetti tipici di una certa modernità. La provocazione e il paradosso, seppure ai margini dell&#8217;insulto, li trovo accettabili quando sono rappresentazioni di una rabbia non premeditata, schiava delle stronzate politiche degli educatori della società. Conosco le conseguenze storiche di un&#8217;organizzazione militarizzata di tale rabbia, della spillatura di un sentimento infuocato fino a trasformarlo in cinismo sanguinario e metodico. So che è successo e può succedere ancora, nella Storia. Ma quasi mai è colpa dei tutelati quanto dell&#8217;ambizione diabolica degli <em>ephoròs</em>.</p>
<p>Ma come sono indulgente rispetto agli scoppi irrazionali dell&#8217;ira, sono molto meno incline a sopportare le provocazioni a freddo di chi, in forza di una supposta superiorità artistica, utilizza certi richiami o schemini per issarsi al di sopra degli altri senza alcuna giustificazione di bassa lega, anzi, con l&#8217;aggravante della supposta appartenenza a una specie di empireo rarefatto del pensiero, ricorrendo all&#8217;<em>adolfdropping</em> a sorpresa, con Hitler che se ne sbuca, birichino, dal borsello chic.</p>
<p>L&#8217;ultimo <a href="http://multimedia.lastampa.it/multimedia/cannes2011/lstp/47317/">in ordine di tempo è stato Von Trier al festival di Cannes,</a> prima di lui John Galliano, Mel Gibson, Charlie Sheen e ne dimentico sicuramente qualcuno.</p>
<p>Nell&#8217;antisemitismo dei VIP c&#8217;è un qualcosa di superfluo e inadatto alle circostanze, un obbrobrio di mezzo tra una calcolata voglia di provocare e la dabbenaggine di una crisa creativa. Di fronte a una esternazione come quella di Von Trier l&#8217;ultima cosa che mi viene in mente è di pensare alle sue motivazioni e invocare la libertà di pensiero, quello che non mi voglio perdere, invece, è lo spettacolo della caduta su una buccia di banana tanto sottile da sembrare invisibile, fino a due secondi prima del patatrac.</p>
<p>Quella del regista danese è stata un&#8217;esternazione gratuita, inutile e maldestra. Non vanno invocati in difesa i suoi film, anzi è tanto più grave che l&#8217;afflato nazista non sia stato cacciato a forza in qualche sua opera, almeno avrebbe proposto una sua eccezione plausibile, una versione d&#8217;artista dove tutto è permesso: invece anche i suoi film sono brutti, con meno nazismo di quanto ce ne dovrebbe essere, senza nemmeno l&#8217;estetica filante di un cerimoniale di Schutzstaffel nella Notte di Valpurga.</p>
<p>Lars, con le Onde Del Destino mi hai fatto passare almeno un paio d&#8217;ore terribili.</p>
<p>Non riesco a dispiacermi per te, ora.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dieta a zona Nanni Moretti</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Apr 2011 22:49:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Habemus Papam]]></category>
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		<description><![CDATA[Cosa dire a una cena in cui si parla di Habemus Papam, anche se non avete ancora visto il film 1) L&#8217;idea è buona ma io la avrei sviluppata diversamente. Peccato, è un&#8217;occasione persa 2) Comunque Michel Piccoli è straordinario (questo ingrediente non può mancare, al limite variare il tono e la prospettiva del complimento, tipo: &#8220;certo, Michel Piccoli è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa dire a una cena in cui si parla di Habemus Papam, anche se non avete ancora visto il film</p>
<p>1) L&#8217;idea è buona ma io la avrei sviluppata diversamente. Peccato, è un&#8217;occasione persa</p>
<p>2) Comunque Michel Piccoli è straordinario <em>(questo ingrediente non può mancare, al limite variare il tono e la prospettiva del complimento, tipo: &#8220;certo, Michel Piccoli è bravissimo&#8221;, oppure &#8220;comunque si salva l&#8217;incredibile intensità di Michel Piccoli&#8221;)</em></p>
<p>3) Bianca era meglio <em>(potete sostituirlo con un pezzetto di parmigiano in bocca)</em></p>
<p><em>PS</em></p>
<p>prima di coricarsi dire qualcosa sulla fotografia</p>
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		<title>Il triangolo morale dei cattolici</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Apr 2011 15:17:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cattolici]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/04/Triangle.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-3799" title="Triangle" src="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/04/Triangle-1024x768.jpg" alt="" width="614" height="461" /></a></p>
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		<title>Habemus Cannes</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 18:54:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
				<category><![CDATA[That's all Art!]]></category>
		<category><![CDATA[Avvenire]]></category>
		<category><![CDATA[Moretti]]></category>

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		<description><![CDATA[Se Habemus Papam di Nanni Moretti non vince la Palma d&#8217;Oro a Cannes vado io sulla Croisette e ci tiro una pietra. Gli ingredienti per piacere ai francesi, soprattutto quelli seduti sulla rive gauche, ci sono tutti. Il film è una coproduzione italo francese, è francese il protagonista Michel Piccoli nel ruolo nel neo-eletto pontefice, è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/04/n_01_P_HabemusPapam.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3730" title="n_01_P_HabemusPapam" src="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/04/n_01_P_HabemusPapam.jpg" alt="" width="528" height="304" /></a></p>
<p>Se Habemus Papam di Nanni Moretti non vince la Palma d&#8217;Oro a Cannes vado io sulla Croisette e ci tiro una pietra.</p>
<p>Gli ingredienti per piacere ai francesi, soprattutto quelli seduti sulla rive gauche, ci sono tutti. Il film è una coproduzione italo francese, è francese il protagonista Michel Piccoli nel ruolo nel neo-eletto pontefice, è francese la scenografia con la storia che si sviluppa nelle sale vaticane ricostruite nell&#8217;ambasciata transalpina di Palazzo Farnese, a Roma. In aggiunta possiamo anche sperare in un&#8217;improvvisa voglia di primavera nelle relazioni Italia Francia, dopo le guerre sugli immigrati tunisini di questi giorni.</p>
<p>Soprattutto &#8220;Habemus Papam&#8221; è un grande film. Un film che ha il coraggio di penetrare nelle segrete stanze con tocco leggero e divertito,  una pellicola che mischia fede e psicanalisi con il distacco della libertà espressiva fino alla regressione infantile dei generali di Cristo. I cardinali riuniti per l&#8217;elezione del nuovo Papa sono la vera anima del film, umanizzati a uso e consumo del grande pubblico un po&#8217; per dileggio ma in realtà con quel rispetto dell&#8217;artista che cerca risposte da tutti, anche quando chiude con un finale apocalittico e apparentemente a senso unico.<span id="more-3708"></span></p>
<p>Una grande opera che va dritto al cuore del cinema, del teatro, della letteratura. Che sfoglia il canone. Che si nutre del midollo del leone. Che fa ridere e pensare, come piace dire ai critici <em>mainstream</em>.</p>
<p><em>Post Scriptum</em></p>
<p>Ho trovato eccessive certe ruvide polemiche provenienti dalla stampa cattolica, <a href="http://www.avvenire.it/Spettacoli/lettera+habemus+papam_201104181530304170000.htm">in particolare da L&#8217;Avvenire</a>: sulla testata voluta da Paolo VI è apparso, <em>like it was 1869</em>, un attacco in cui si accusa il film di blasfemìa per aver rappresentato un Pontefice fallibile, dubbioso della sua capacità di condurre Santa Romana Chiesa. La Fatwah di Salvatore Izzo è concreta, boicottare il film e non consentire alla produzione di rientrare dall&#8217;investimento necessario a ricostruire la cappella sistina in studio (in realtà quello è Palazzo Farnese, non proprio un blocco di Cinecittà). Non so se la polemica di Izzo faccia volutamente leva <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/sparate-su-nanni/2112602">su certi mugugni per i finanziamenti al film da parte della Comunità Europea</a>, per un totale di 600mila euro. Se fosse questo il problema, vale a dire l&#8217;utilizzo di fondi pubblici per scopi ideologici, ricordiamo a Izzo che <a href="http://www.governo.it/DIE/dossier/contributi_editoria_2007/stampa.html">il giornale su cui lui stesso scrive riceve tasse degli italiani per circa 6 milioni l&#8217;anno</a> (10 volte tanto il finanziamento a Moretti). Anzi, a voler essere larghi, anche il miliardo di euro che ogni anno arriva alla Chiesa tramite l&#8217;otto per mille può considerarsi &#8211; nell&#8217;occhio del laico che scrive &#8211; un sostegno permanente alla produzione di Fiction vaticana.</p>
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		<title>La nuit romaine</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Apr 2011 13:41:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Boris]]></category>

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		<description><![CDATA[Il cinema sul cinema andrebbe fatto con moderazione, diciamo una volta ogni dieci anni, seguendo un&#8217;ispirazione personale sincera, magari dopo anni di cinema vero e di grande successo, di modo che ne esca un&#8217;esperienza universale che sia riflessione di un genio sulla propria arte, consegnata al pubblico con una grazia che diventa umiltà nell&#8217;incapacità di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/04/Boris-il-film.jpg"><br />
</a><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/04/Boris-il-film1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3673" title="Film &quot;Boris&quot;" src="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/04/Boris-il-film1.jpg" alt="" width="560" height="373" /></a></p>
<p>Il cinema sul cinema andrebbe fatto con moderazione, diciamo una volta ogni dieci anni, seguendo un&#8217;ispirazione personale sincera, magari dopo anni di cinema vero e di grande successo, di modo che ne esca un&#8217;esperienza universale che sia riflessione di un genio sulla propria arte, consegnata al pubblico con una grazia che diventa umiltà nell&#8217;incapacità di raggiungere le risposte ultime, anche quando sai gestire la cinepresa come un Dio&#8230;dove eravamo? Ah, sì. Boris, il film.</p>
<p>Boris è una serie TV prodotta da Sky, ambientata nella scalcinata decadenza delle maestranze cinematografiche che da Cinecittà infettano, con la loro indolenza, tutta l&#8217;Italia. Lo guardo, mi piace, mi fa ridere. Quel tipo di risata di chi soffre il solletico, quando ti toccano all&#8217;improvviso sul nervo scoperto, due dita ben strette che scatenano movimenti involontari; mi fa ridere come mi fanno ridere i romani, già dal momento in cui il barista serve il primo caffé al terminal B di Fiumicino, irresistibili, con il loro accento doppio espresso. Della serie TV amo la schizofrenìa artistica di René Ferretti, il regista de <em>Gli Occhi del Cuore</em>, il sadismo della Guzzanti dominatrice del set, la cialtronerìa professionale di Stanis La Rochelle, la &#8220;cagnezza&#8221; di Corinna Negri e poi Duccio Patané, Biascica e tutto il resto di un cast di &#8220;mostri&#8221; ispirati. Nella serie TV c&#8217;è l&#8217;idea di qualcosa di riuscito, un piccolo residuo di brace della commedia all&#8217;italiana che brucia ancora, che riesce a far satira sul proprio mondo con cattiveria e <em>pietas </em>al tempo stesso, senza rimanerci intrappolata ma dicendo &#8211; per similitudine &#8211; qualcosa sulla realtà italiana di un&#8217;arte cinematografica infilatasi in un buco illuminato di piccolezze argute.</p>
<p>Ma il film è brutto. Nel film non funziona quasi niente.<span id="more-3640"></span></p>
<p>Non è solo per i limiti della serialità televisiva quando va sul grande schermo. Se il cinema è come un gran vino &#8211; si capisce se è davvero buono un&#8217;ora dopo che l&#8217;hai aperto &#8211; gli attori dei serial portati sul grande schermo sembrano centometristi costretti a correre la maratona: partono forte ma appena escono dalla loro battuta, appena la scena allunga il passo finiscono per rimanere prigionieri di un fiato che non si rompe, arrancano fuori tempo finendo per ansimare come ottantenni all&#8217;ultimo piano di scale. In più molte scene del film sono state accorciate o tagliate, c&#8217;è l&#8217;impressione che ci si sia persi qualcosa, nel racconto, per esempio l&#8217;importanza del ralenty su Ratzinger e la faccenda della poliomelite <em>(che cazzo vor di&#8217;)</em>, il crescendo erotico <em>(a un certo punto scopriamo che si baciano)</em> tra una sotto-utilizzata Guzzanti e il suo trovarobe innamorato, la camminata ubriaca della vicenda produttiva, con i nostri eroi che scoprono che non c&#8217;è un soldo, così, a secco, senza che la complicità degli spettatori con la sventura venga un minimo vellicata; a un certo punto entra una vaschetta e un pesce rosso, senza che si spieghi allo spettatore non frequentante lo show televisivo che quello è Boris.</p>
<p>Il film è una parata di personaggi abbozzati che invece di far parte di un&#8217;idea coinvolta di recitazione si comportano come maschere che sfilano a un provino, il tutto su scelte musicali assurde nel loro incedere drammatico, con virtuosismi di una regìa che cita esplicitamente Garrone ma che in realtà fa delle &#8220;Sorrentinate&#8221; gratuite. Solo alcune cose riescono, almeno in parte: la parodìa dell&#8217;attrice nevrotica e afona, l&#8217;ispirazione che sta dietro agli sceneggiatori navigati da copioni in serie (anche se la satira del PD è un vezzo inutile), il La Rochelle ossessionato dalla messa in scena di un Gianfranco Fini esilarante. Ma in tutto vince la noia del già visto, del già visto meglio in TV.</p>
<p>Su Boris aleggia una specie di dilemma apparantemente irrisolvibile tra cinema impegnato e commedia: René Ferretti vorrebbe fare il cinema serio e impegnato, mettere in scena La Casta (il libro di Gian Antonio Stella di per sé infilmabile, a mio parere), ma poi il cinismo e la grettezza dei producer italiani finiscono per indirizzarlo verso il classico cinepanettone, il perenne problematico tutto italiano se un incasso natalizio valga almeno un paio di scorregge nello <em>script. </em>Ma quali sono esattamente le motivazioni di Pannofino, il Ferretti dello schermo? Vuole fare cinema di qualità? Vuole fare cinema impegnato? Oppure ha solo un dubbio sulle sue capacità che si sciolgono nella presa di coscienza finale &#8211; una specie di circo felliniano alla proiezione di Natale con la Casta &#8211; che l&#8217;unica cosa che vuol fare è far ridere, a costo di metterci le scorregge? Forse a voi queste domande suonano superflue ma per me, che credo negli assoluti cinematografici, la motivazione dell&#8217;eroe cinematografico conta eccome: Pannofino, ma che vuoi fare nella vita? Che film volevi fare? La Casta? Il Cinepanettone? Oppure Boris? E non poteva venir meglio di come è venuto?</p>
<p>L&#8217;odissea di René Ferretti ricorda il personaggio di Jasmine Trinca nel film di Nanni Moretti, Il Caimano. Nel film, in una delle scene più improbabili del cinema recente, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=KbtF0IBYl6g">la giovanissima Teresa cerca di convincere</a> il produttore Bruno Bonomo (Silvio Orlando) e il produttore (Antonello Grimaldi, lo stesso che fa il produttore anche in Boris) a fare un film di denuncia contro Berlusconi, senza minimanente interrogarsi sull&#8217;implausibilità che a fare un film così definitivo sugli ultimi trent&#8217;anni di storia italiana sia una ragazzina che non era ancora nata quando venne tirata su Milano2, che non sappiamo &#8220;da dove viene&#8221;, direbbe uno sceneggiatore di Hollywood. Dilettantismo, velleitarismo, scarsa proiezione di sé diluite nel liquido di una generica indignazione.</p>
<p>Allo stesso modo il pacioccoso Ferretti in Boris continua a cianciare di &#8220;cinema di qualità&#8221;: vuol fare un cinema migliore, per quale motivo? Cosa c&#8217;ha, Ferretti, di così urgente da dire? A vedere com&#8217;è venuto il Boris sul grande schermo si finisce per confermare le tesi dei cinepanettonari, che rispetto a un film che vuol essere intelligente ma che riesce male è meglio un film senza pretese che faccia ridere il popolo.</p>
<p>PS</p>
<p>ma René, mi spieghi la storia di Ratzinger, della poliomelite, e di perché non va il bene il ralenty? Ma che cazzo vor di&#8217;?</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Commedia all&#8217;italiana &#8211; L&#8217;ultimo atto</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Nov 2010 23:03:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2010/11/taken-from.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2138" title="taken from" src="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2010/11/taken-from-1024x768.jpg" alt="" width="430" height="323" /></a></p>
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		<title>And the Oscar for the Best Moron goes to (Wall Street 2)</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Nov 2010 23:43:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2010/11/wall-street-2.jpg"></a></p>
<p><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2010/11/wall-street-21.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1932" title="wall street 2" src="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2010/11/wall-street-21.jpg" alt="" width="450" height="295" /></a></p>
<p>Fino a oggi pensavo che il film che per antonomasia rappresentasse il rimbambimento seriale di un grande regista fosse, senza concorrenti, il Padrino Parte III. In quel film Francis Ford Coppola scalpellava i due capolavori precedenti con un film bolso e presuntuoso, impastoiato com&#8217;era nel rapporto con la figlia Sofia a cui dava la parte di protagonista più che a padrini e sottocapi di mandamento vari. Per non parlare dei suoi dubbi sul cattolicesimo, mostrati in modo maldestro.</p>
<p>Questo fino a qualche giorno fa. Poi ho visto Wall Street 2.<span id="more-1919"></span></p>
<p>Wall Street 1 era un piccolo film gioiello di Oliver Stone. Uscito nel 1987 rappresentava la sinossi della rampante america reaganiana e pur con le licenze poetiche del caso descriveva con esattezza le dinamiche dell&#8217;industria finanziaria che cominciava a scalzare l&#8217;economia industriale. L&#8217;era dei <em>Junk Bonds</em> e dei <em>Leveraged buyouts</em> era descritta con sapienza stupefacente, la lotta tra l&#8217;avido Gordon Gekko e il proletario Martin Sheen per l&#8217;anima del figlio Charlie rappresentata in maniera sontuosa.</p>
<p>Wall Street 2 parte dal ritorno di Gordon Gekko nella Wall Street di oggi, per scoprire che c&#8217;è gente pure più avida di lui. Stavolta la battaglia delle coscienze è con la sua sciapa e incazzosa figlia (&#8220;che tiene un blog di sinistra&#8221;) per l&#8217;anima vuota del suo fidanzato, broker idealista che crede nelle energie rinnovabili e punta tutto &#8211; ma proprio tutto - sulla fusione nucleare per rimpiazzare il consumo di petrolio mondiale.</p>
<p>Parliamoci chiaro: il film è un falso ideologico. Per supportare la fanatica battaglia di Oliver per la classe lavoratrice contro i perfidi gnomi di Wall Street stravolge i fatti che il film vorrebbe elaborare. Il capo di quella che fu la Lehman Brothers (nome di fantasia nel film) non era affatto un vecchio guru, l&#8217;elefante che va a morire tra i binari del tram perché deluso dall&#8217;avidità altrui vs i suoi buoni principi contabili. Allo stesso modo quello che dovrebbe rappresentare il capo della Goldman Sachs (nome di fantasia nel film) non era affatto una specie di diavolo in tuta da motociclista, che specula sotto falso nome dai paradisi off-shore, e  non viene poi scaricato dal classico ebreuccio con il bastone da passeggio che vuole conservare il controllo del mondo dalle altezze empiree delle banche d&#8217;affari. Sarebbe comodo pensarlo, ma non è così. E&#8217; più complicato di così, e Oliver Stone dimentica le colpe dell&#8217;uomo medio che sono sempre all&#8217;inizio di qualunque tragedia. Tacciamo della ridicola santificazione delle energie alternative: i nostri eroi guidano la Toyota Prius e decidono di investire 100 milioni sull&#8217;unghia su un particolare tipo di fusione nucleare supportata dalla forza delle maree, un&#8217; idea semplicemente ridicola che non ha nemmeno il riscontro delle probabilità scientifiche.</p>
<p>Ma non è solo la canzone, anche gli interpreti. Il cast fa acqua da tutte le parti. Michael Douglas non potrebbe non essere un plausibile Gekko, e su di lui non vogliamo infierire ma vorrei perorare con forza l&#8217;impossibilità di un qualunque Shia Laboeuf o Carey Mulligan (per tacere di Josh Brolin) di portare sulle loro deboli spalle qualunque Zeitgest contemporaneo sull&#8217;avidità <em>dell&#8217;homo economicus</em>. La sceneggiatura, invece di seguire davvero il flusso dei soldi cattivi, come fa per esempio Scorsese in Casino , continua a illuminare personaggi che sembrano muoversi a caso nelle caselle della morale individuale, comportandosi in maniera mai credibile, in bilico tra il cinema drammatico e il <em>Romance&#8217;s touch</em> che vorrebbe farne un film brillante.</p>
<p>Non voglio rovinarvi il finale, se non vi avessi ancora tolto la voglia di andarlo a vedere. Vi dico soltanto 3 perle che scoprirete da soli nel mondo vasto della Fremdschamen di Wall Street 2:</p>
<p>1) l&#8217;apparizione di Charlie Sheen (giuro) al party di beneficenza con due battone al braccio</p>
<p>2) l&#8217;ecografia</p>
<p>3) quando lui convince lei &#8211; si noti che i due non hanno i soldi per l&#8217;anello di fidanzamento &#8211; a investire tutti i 100 milioni del conto svizzero su una specie di centrale di fusione nucleare che va a maree e che &#8211; si tenga noto del particolare -sorge nel centro di Manhattan</p>
<p>PS</p>
<p>ah, e anche i movimenti di macchina, gli stacchi di inquadratura nella scena della festa. Basta, ho finito. E&#8217; che Wall Street 1 era un vero gioiello. Che peccato.</p>
<p>Eh lo schermo diviso in due nei dialoghi a distanza? eh?</p>
<p>E il fumetto della telefonata? Come un Tarantino qualunque?</p>
<p>Bah</p>
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