A quanto pare, nella versione trailer-TV del nuovo film di Giovanni Veronesi, Genitori e Figli, la già leggendaria scena del “6 milioni di italiani che guardano il Grande Fratello, siamo tutti dei coglioni?” sarebbe stato addolcita con “6 milioni di italiani che guardano il Grande Fratello, siamo tutti dei deficienti?”.
Qualcuno deve aver protestato. Devono essere stati i coglioni.
L’unico vero maestro del cinema italiano
Quindi la Mezzogiorno sa recitare, quando vuole
E questo Filippo Timi? Da dove esce?
Inserti futuristi, nero Luce, suore e ancora suore
Duce! Duce! Duce!
“Il fascismo non durerà in eterno. Bisogna solo saper recitare, essere bravi attori, finché dura”

Tom Cruise fa parte di quella ristretta cerchia d’attori (ci mettiamo anche Nicholas Cage e magari Russel Crowe) che hanno una sola espressione ma la usano benissimo.
Nel caso di Tom quel misto di stupore e consapevolezza, quel mix di paura e incoscienza che ravvivano la pupilla e socchiudono la bocca in un perenne estatico falso movimento (interrotto ogni da tanto da un sorriso luminoso) compiono egregiamente il loro lavoro plasmatore del divo ad una dimensione che, non a caso, dava il meglio di se quando non capiva dove si trovava (Eyes Wide Shut di Kubrick) o quando lo capiva ma avrebbe preferito essere altrove (La Guerra dei Mondi di Spielberg).
Insomma, a parte la somiglianza fisica estrema al vero attentatore di Hitler, la benda sull’occhio di Claus Von Stauffenberg calza a pennello nell’identificare la proiezione monocolare del divo di Hollywood sul palcoscenico della Storia, facendo di Tom Cruise un ologramma perfetto del conte prussiano, nell’esatta rappresentazione d’ambiente e nel ritmo-thriller sapientemente gestito dal bravo Brian Singer.
Ma anche per Operazione Valchiria, come ogni volta che un soggetto affronta il caso Hitler, è quasi impossibile uscirne indenni dalla critica.
Quello che a Sam Mendes (il regista di questo film) non era riuscito nel precedente American Beauty.
Andare fino in fondo al sogno americano in interno, fino alla dissoluzione: senza fermarsi, senza guardare indietro.
C’è un modo di dire che il film ha una splendida fotografia senza rischiare di essere banale? No, non si può. Quindi lo dico: il film ha una splendida fotografia tra il color crema e l’autunno, la ricostruzione d’epoca (gli anni ’50) è impeccabile e vagamente ispirata dai quadri di Hopper.
Ciò che regge fino alla fine, non sono solamente le intenzioni iconoclaste ma anche il ritmo della tensione, degno di un thriller interiore, insidioso ed inquietante nell’accompagnare il lento ma inesorabile andare in frantumi di un legame coniugale, delle sicurezze, dei sogni e dell’equilibrio mentale dei protagonisti, in viaggio verso la pazzia.
Un pugno nello stomaco.
Ma vale la pena.
Andate al cinema a vedere quest’uomo.
Perché non ve lo dimenticherete tanto facilmente.
L’ultimo film dei Fratelli Cohen, Burn After Reading, è una commedia esilarante, in cui si ride dall’inizio alla fine. Più che in ogni altro loro film. Ma che nello stesso tempo dice qualcosa sull’America pasticciona di oggi, tra seduttori da strapazzo sul web (Clooney), sprovveduti istruttori di palestra (Pitt e McDormand), maldestri analisti della CIA (Malkovich) e mogli irrigidite nei loro matrimoni, fredde e spocchiose (Swinton).
L’America di un’umanità fatta di sub primati, a cui non bisognerebbe mai dare credito.
Andate.
Siete ancora lì?
Giovedi sera, all’Alcatraz, il grande ritorno dei Sonic Youth nell’autunno caldo milanese.
L’anticiclone nordafricano che da giorni staziona sull’Italia ha portato umidità e sudore all’interno del noto locale di Via Valtellina, dove il pubblico pogava al centro e boccheggiava ai lati, con magliette e felpe inzuppate, polmoni affaticati, la mano in tasca a cercare gli euro necessari a scolarsi una pinta di birra.
Lo storico gruppo di Kim Gordon e Thurstoon Moore ha messo in scena il tradizionale “guitar rock cascade” fatto di suoni distorti, saturazione, melodie nascoste al riparo dalle raffiche di una delle più straordinarie macchine da fuoco hard-rock-punk-grunge che si siano mai viste sulla scena musicale.
La sensazione è stata quella di un concerto non bello, con il gruppo che si è esibito a velocità di crociera (seppur rumorosa), sulla falsariga degli ultimi (discutibili) lavori, lasciando i brani migliori alla memoria di chi li ha ascoltati ai tempi d’oro (Dirty e Daydream Nation).
Ma ormai i concerti rock non servono necessariamente per ascoltare buona musica, quanto per la celebrazione di un culto (non più dionisiaco bensì apollineo) in comune tra gli artisti ed il pubblico, come una forma di nostalgia rituale con connotazioni artistico-letterarie. Tutto il rock è una sterminata ricostruzione mentale e visiva, una celebrazione di un rito evocativo, dello splendore che fu.
Il rock è nostalgia. Il rock è poesia.
Non più solo Bob Dylan, Lou Reed. Patty Smith. Ma anche i Sonic Youth.
Poetry is everywhere. The Rock is dead. Long live Rock’n'roll.
Lo spettacolo è (era) al Palasharp di Milano, mercoledi sera.
Si attende pazientemente l’apertura dei cancelli. Due camioncini/porchetta rifocillano i fans del gruppo catalano proponendo l’ormai celebre offerta pay-tv my sky; “la porchetta è lunga da fare, va bene lo stesso?”. No, non va bene. E si ripiega su una ciabatta al prosciutto (mangiata in coda per il ritiro dei biglietti).
Ore 21.30: siamo dentro. Il numero dei partecipanti è rigorosamente limitato a 1.200 per consentire le evoluzioni della Fura crew. Comincia l’effetto Auschwitz: esce fumo dal soffitto che si sparge a terra. La gente non capisce. Anzi capisce che sta accadendo qualcosa, i più ne hanno già sentito parlare, alcuni hanno già fatto l’esperienza anche se, evidentemente, ogni volta è diversa dall’altra e si tiene dentro di sè un cauto stupore preventivo.
Infine, eccolo. Inizia.
Le scale metalliche convergono e si fronteggiano. Sbuca altro fumo. Si sentono piccole urla. Qualcosa fende la folla a numero chiuso. Qualcuno pende da una forca con un sacchetto di plastica incappucciato. Persone salgono in cima alle scale e si battono il petto con manganelli di plastica. Sono donne. Tutte donne. Sono scimmie.