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	<title>Jonkind &#187; Suggestion Of The Day</title>
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		<title>More than a game &#8211; Brian Billick</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jun 2011 23:08:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
				<category><![CDATA[Suggestion Of The Day]]></category>
		<category><![CDATA[Football Americano]]></category>

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		<description><![CDATA[Now, realize: Everyone works hard. We&#8217;re grinders by nature. And yet as a group we still tend to exaggerate because we&#8217;re so insecure. It&#8217;s madness, but we&#8217;re all susceptible. When Sports Illustrated&#8217;s Peter King was talking with me about the fabled early hour that Jon Gruden reprtedly gets to the office, he asked when I [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/06/more-than1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4290" title="more than" src="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/06/more-than1.jpg" alt="" width="103" height="156" /></a>Now, realize: <em>Everyone </em>works hard. We&#8217;re grinders by nature. And yet as a group we still tend to exaggerate because we&#8217;re so insecure. It&#8217;s madness, but we&#8217;re all susceptible. When <em>Sports Illustrated&#8217;</em>s Peter King was talking with me about the fabled early hour that Jon Gruden reprtedly gets to the office, he asked when I get in. &#8220;A half hour before whatever time Gruden lies about getting in,&#8221; I said. It&#8217;s always been thus: Back in the sixties, George Allen, coming into the office one morning, was greeted by his secretary informing him he had Vince Lombardi waiting on the phone. &#8220;Tell him you got me out of a meeting&#8221;, Allen said.</p>
<p><em>(More than a game, Brian Billick, ex capo allenatore della squadra di football americano dei Baltimore Ravens, pag. 56)</em></p>
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		<title>Le Famiglie di Cosa Nostra &#8211; Selwyn Raab</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2011 22:46:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
				<category><![CDATA[Suggestion Of The Day]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[New York]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Come per gran parte delle radici della mafia siciliana, l&#8217;origine del nome si ammanta di folklore e di misticismo. Una leggenda romantica sostiene che si tratti di una sigla nata nel tardo tredicesimo secolo nel corso dell&#8217;insurrezione contro le forze francesi degli Angioini a Palermo. Stando a questo racconto una donna siciliana morì nel tentativo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/03/raab1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3236" title="raab" src="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/03/raab1.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>&#8220;Come per gran parte delle radici della mafia siciliana, l&#8217;origine del nome si ammanta di folklore e di misticismo. Una leggenda romantica sostiene che si tratti di una sigla nata nel tardo tredicesimo secolo nel corso dell&#8217;insurrezione contro le forze francesi degli Angioini a Palermo. Stando a questo racconto una donna siciliana morì nel tentativo di opporsi a uno stupro da parte di un soldato francese e, per vendicarsi, il suo fidanzato sgozzò l&#8217;aggressore. L&#8217;episodio immaginario si suppone abbia portato alla creazione di uno slogan acronimico formato dalle iniziali di ogni parola: &#8220;Morte Alla Francia Italia Anela&#8221;. La rivolta del 1282 contro l&#8217;occupazione dell&#8217;esercito francese ebbe il nome di Vespri Siciliani, perché il segnale della resistenza furono i rintocchi delle campane della chiesa per la funzione della sera.</p>
<p>Un&#8217;etimologia meno romantica e più probabile della parole mafia fa derivare il termine da un&#8217;espressione dialettale mista di arabo e siciliano che significa &#8220;comportarsi come un protettore contro l&#8217;arroganza del potere&#8221;. Fino al diciannovesimo secolo, l&#8217;appellativo mafioso, cioè membro della mafia, aveva ampia diffusione in Sicilia come l&#8217;aggettivo per indicare un uomo risoluto incline a una congenita sfiducia nei confronti dell&#8217;autorità costituita, ma non un criminale.&#8221;</p>
<p>(<em>tratto da Le Famiglie di Cosa Nostra di Selwyn Raab, pag. 26, Newton Compton Editori</em>)</p>
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		<title>Metastasi &#8211; Gianluigi Nuzzi</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Jan 2011 14:10:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
				<category><![CDATA[Suggestion Of The Day]]></category>

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		<description><![CDATA[Le rivelazioni di Di Bella sono sconvolgenti: &#8220;A Lecco c&#8217;è una via che praticamente è nostra. Cioè della &#8216;ndrangheta. E&#8217; Via Belfiore. Al numero 5 c&#8217;è un bar piccolo. Molto piccolo. Lo chiamiamo il bar della Lupara. Dentro ci si sta a malapena in una decina. Ma è un passaggio obbligato, se devi incontrare qualcuno. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/01/metastasi1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2676" title="metastasi" src="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/01/metastasi1-203x300.jpg" alt="" width="203" height="300" /></a>Le rivelazioni di Di Bella sono sconvolgenti: &#8220;A Lecco c&#8217;è una via che praticamente è nostra. Cioè della &#8216;ndrangheta. E&#8217; Via Belfiore. Al numero 5 c&#8217;è un bar piccolo. Molto piccolo. Lo chiamiamo il bar della Lupara. Dentro ci si sta a malapena in una decina. Ma è un passaggio obbligato, se devi incontrare qualcuno. Per fissare un appuntamento o decidere un lavoro, lì devi andare. Anche perché dieci metri dopo c&#8217;è il Wall Street, e quello è il tempio di Franco.</p>
<p>Un pomeriggio di marzo del 1990 ho appuntamento con Rusconi, l&#8217;amico di sempre, quello dell&#8217;affare Versace, alla Lupara. Da Olginate prendo l&#8217;auto, attraverso Lecco e arrivo lì al Caleotto [il rione all'interno del quale si allunga via Belfiore, nda]. Vado di fretta e spero di parcheggiare davanti al bar. Non è così. C&#8217;è sempre il pienone. Così tiro dritto, passo davanti al Wall Street e faccio per girare a destra in via dei Riccioli. Lì, di solito, di fronte ai negozi, c&#8217;è sempre un buco. Metto la freccia e per abitudine do un&#8217;occhiata al lato opposto dell&#8217;incrocio. Davanti all&#8217;Istituto professionale Fiocchi, dopo la cancellata, c&#8217;è uno spiazzo, e proprio al centro c&#8217;è la Ferrari di Franco. Non è posteggiata. E&#8217; infilata in diagonale, a occupare almeno tre posti. Le portiere sono aperte. Dal lato del passeggero sporgono due gambe. Una gonna e un paio di scarpe con i tacchi alti. Da dietro il lunotto si intravedono dei capelli biondi. Appoggiati alla fiancata del guidatore ci sono invece Franco e Gamma [nome in codice di soggetto che potrebbe essere sottoposto a indagini; <a href="http://www.chiarelettere.it/dettaglio/68375/roberto_castelli_e_lo_spettro_di_gamma">Gamma è una figura che ha ricoperto negli ultimi anni importanti incarichi di governo</a>, nda]. Stanno parlando, e Franco poggia una mano sulla schiena di Gamma che si infila per un terzo nell&#8217;abitacolo. Una station wagon dietro di me suona il clacson, così tolgo il piede dal freno e imbocco Via Dei Riccioli. Cinquanta metri più avanti vedo un posto libero e parcheggio. Chiudo in fretta l&#8217;auto e torno indietro. Faccio a piedi il tratto di prima. Franco e Gamma sono ancora lì che ridono e scherzano. Alzo la mano e saluto Franco, che si gira e fa un cenno veloce. Un secondo dopo mi ridà già le spalle. Tiro dritto fino al bar Belfiore. Quando arrivo all&#8217;ingresso, sulla porta ritrovo Rusconi ad aspettarmi. &#8220;C&#8217;è Gamma&#8221;, gli dico.</p>
<p>&#8220;Di che parlano?&#8221;</p>
<p>&#8220;E di che devono parlare? Di voti e di bionde.&#8221;</p>
<p><em>(tratto da Metastasi, Sangue soldi e politica tra nord e Sud, la nuova &#8216;ndrangheta nella confessione di un pentito, pag. 66, Edizioni ChiareLettere)</em></p>
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		<title>Too Big To Fail &#8211; Andrew Ross Sorkin</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Jan 2011 16:49:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
				<category><![CDATA[Suggestion Of The Day]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;La banca, in effetti aveva assunto una stimata dirigente per la gestione del rischio, Madelyn Anoncic, che aveva un dottorato in economia e aveva lavorato per Goldman Sachs, ma il suo contributo fu praticamente nullo. Quando durante il comitato esecutivo emergevano questioni riguardanti il rischio, spesso le chiedevano di uscire, e alla fine del 2007 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/01/too-big.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2658" title="too big" src="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/01/too-big.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>&#8220;La banca, in effetti aveva assunto una stimata dirigente per la gestione del rischio, Madelyn Anoncic, che aveva un dottorato in economia e aveva lavorato per Goldman Sachs, ma il suo contributo fu praticamente nullo. Quando durante il comitato esecutivo emergevano questioni riguardanti il rischio, spesso le chiedevano di uscire, e alla fine del 2007 fu direttamente estromessa dal comitato.</p>
<p>In presenza dei dirigenti che si occupavano di trading, Gregory (il n.2 di Lehman, ndr) cercava sempre di fare colpo recitando la parte di chi capisce il mercato al volo, a tal punto che per i colleghi era diventato una macchietta. Alla fine i trader iniziarono a considerare i suoi commenti come suggerimenti da prendere al contrario: se Gregory dichiarava che un&#8217;impennata dei prezzi del petrolio aveva ancora molto margine di salita, loro si mettevano a vendere allo scoperto.</p>
<p>Negli ultimi anni, però, un numero crescente di dirigenti aveva iniziato a considerare Gregory una minaccia. Il loro parere era che, semplicemente, non sapesse abbastanza di quello che stava succedendo. La banca prendeva posizioni più grandi di quanto potesse gestire, e sembrava che tra i capi nessuno se ne rendesse conto o se ne preoccupasse. Chi criticava le decisioni della società veniva bollato come traditore e buttato fuori.&#8221;</p>
<p><em>(tratto da Too Big To Fail, di Andrew Ross Sorkin, pag. 140, De Agostini Editore)</em></p>
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		<title>Più di un gioco &#8211; Phil Jackson</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 22:52:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
				<category><![CDATA[Suggestion Of The Day]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Gli raccontai di aver regalato a Shaq un libro di Hermann Hesse, Siddharta, e di ciò che mi aveva detto quando lo aveva letto: &#8211; Io lo so perché mi hai regalato quel libro. Perché parla di un uomo pieno di soldi e pieno di donne, che cerca l&#8217;illuminazione -. Aveva colto in pieno! Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/01/more.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2531" title="more" src="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2011/01/more.jpg" alt="" width="123" height="181" /></a>&#8220;Gli raccontai di aver regalato a Shaq un libro di Hermann Hesse, Siddharta, e di ciò che mi aveva detto quando lo aveva letto: &#8211; Io lo so perché mi hai regalato quel libro. Perché parla di un uomo pieno di soldi e pieno di donne, che cerca l&#8217;illuminazione -. Aveva colto in pieno! Il libro di Kobe rappresentava un&#8217;idea differente. Avevo dato a Kobe Il Mandolino del Capitano Corelli, un libro che parlava dell&#8217;incontro fra due culture, quella degli italiani invasori e quella dei greci durante la seconda guerra mondiale. Kobe era cresciuto per un po&#8217; in Italia e gli piaceva la cultura italiana. Il libro descrive il sottile gioco di potere politico da parte dei greci, che cercavano di manovrare gli occupanti italiani, i quali a loro volta cercavano di controllare le loro vite.&#8221;</p>
<p><em>(Più di un Gioco di Phil Jackson e Charley Rose, pag. 16, edito Baldini &amp; Castoldi)</em></p>
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		<title>Non nevica mai, in Brasile?</title>
		<link>http://www.jonkind.com/2010/12/18/non-nevica-mai-in-brasile/</link>
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		<pubDate>Sat, 18 Dec 2010 13:57:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
				<category><![CDATA[Suggestion Of The Day]]></category>

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		<description><![CDATA[Anche quest&#8217;anno Jonkind ha dato il suo contributo all&#8217;antologia natalizia (Il Post sotto l&#8217;Albero) ideata dall&#8217;esimio Signor Squonk e giunta alla 8 edizione. Di seguito il testo del mio intervento, che è anche un tentativo di recensione di un libro che mi è piaciuto davvero Io di quella partita lì, l&#8217;Italia-Brasile ai Mondiali di Spagna [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2010/12/ItaliaBrasile3a2diDavideEnia1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2429" title="ItaliaBrasile3a2diDavideEnia" src="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2010/12/ItaliaBrasile3a2diDavideEnia1.jpg" alt="" width="179" height="252" /></a>Anche quest&#8217;anno Jonkind ha dato il suo contributo all&#8217;antologia natalizia (<a href="http://www.blogsquonk.it/?p=4584">Il Post sotto l&#8217;Albero</a>) ideata dall&#8217;esimio Signor Squonk e giunta alla 8 edizione. Di seguito il testo del mio intervento, che è anche un tentativo di recensione di un libro che mi è piaciuto davvero</em></p>
<p>Io di quella partita lì, l&#8217;Italia-Brasile ai Mondiali di Spagna dell&#8217;82, non mi ricordavo quasi niente.</p>
<p>O meglio, ricordavo i gol: Rossi, Socrates, Rossi, Falcao, Rossi. Ricordavo la maglia strappata a Zico da Gentile, la ciabattata a lato di Serginho, la parata sulla linea di Zoff, i dribbling insistiti di Bruno Conti, il gol annullato ad Antognoni, lo scatto in alto delle braccia e il triplice fischio di Abraham Klein, lo stesso arbitro di Italia-Argentina nel &#8217;78. E poi gli abbracci in panchina, il CT Bearzot che finalmente sorride, la capocchia argentata del medico Vecchiet. Ricordavo anche il caos sonoro, quella specie di strombettate (fosco presagio di vuvuzelas) prima dell&#8217;inizio della gara al Sarrìa di Barcellona, uno stadio poco più che decente in un Paese che solo 2 anni prima aveva sbaraccato la dittatura inaugurata nel 1936.</p>
<p>Italia-Brasile 3-2. Forse la più bella partita di sempre, di sicuro la più importante, almeno per un ragazzino che già a 12 anni masticava calcio da 9 (a 3 anni la mia prima radiocronaca, della Juventus, gol di Franco Causio)  Le azioni principali, tutte me le ricordavo:  il cross arcuato di Cabrini, il taglio di Zico in verticale per Socrates, la rubata di Pablito tra Junior ed Edinho, il destro-sinistro a seguire di Falcao e il suo gesto &#8220;tiè&#8221; con la testa, la storta di Tardelli per la carambola finale e il trionfo di Paolo Rossi.<span id="more-2315"></span></p>
<p>Eppure, di quella partita lì, avevo una specie di buco della memoria, di buio. Non dico la partita in sé, le emozioni specifiche, lo sviluppo della gara. L&#8217;avrò vista almeno 20 volte, negli anni successivi, quella partita. Ma è quello che c&#8217;era intorno, di cui non ricordavo nulla. Io. Gli altri. La mia TV, il mio salotto, la mia casa, la mia famiglia. Chi c&#8217;era con me, dalle 17.15 alle alle 19 di quel pomeriggio del 5 luglio 1982?</p>
<p>E&#8217; l&#8217;istantanea a colori, la foto di gruppo, che mi manca.</p>
<p><em>Di certo, però, doveva esserci mia madre</em>. Prima dei mondiali di Spagna mia madre non aveva mai seguito una partita di pallone. Da allora in poi non c&#8217;è stato nessun match alla TV, fosse anche Cesena Cavese, che non prevedesse anche lei: &#8220;chi gioca stasera?&#8221;, &#8220;perché non gioca quello?&#8221;, &#8220;è rigore?&#8221; (quando si è nell&#8217;altra metà campo ndr), &#8220;perché fuorigioco?&#8221; (questa domanda ancora nel 2006), &#8220;accidenti a Berlusconi&#8221; (quando gioca il Milan), &#8220;ma perdono sempre&#8221; (la Juve, la più vincente nel periodo considerato ndr). Nel 1982 le donne italiane si sono appropriate del calcio professionistico. Forse nel caso di mia madre era solo voglia di condividere gli ultimi fuochi del suo fanciullo prima dell&#8217;età adulta. Oppure era qualcosa di più universale, apocalittico: quando quella Nazionale cominciò a vincere in maniera travolgente scattò una specie di incubo collettivo delle femmine, la paura di perdere i propri uomini: figli, mariti, amanti, padri, fratelli che spariscono non solo per la domenica pomeriggio, ma per tutta la vita. Uomini che prendono un cargo e vanno in Brasile a bullarsi con i meninhos e a consolare le sambiste.</p>
<p><em>Mia sorella? No, lei non c&#8217;era. </em>Me la posso solo immaginare mentre entra ed esce sul giardino dietro casa,<em> </em>magari sibilando 3 o 4 volte qualcosa del tipo &#8220;tutto &#8216;sto casino per una partita?&#8221;. Lo so cosa mi state per dire: il comportamento di mia sorella smentisce quanto ho detto cinque righe più sopra sulle donne delll&#8217;82. Ma prima di tutto mia sorella non era una femmina adulta, a quei tempi, e non doveva aver già maturato la sindrome dell&#8217;abbandono. Una bambina di 10 anni, non riesco nemmeno a immaginare cosa ci sia nella zucca di una bambina, a quell&#8217;età.</p>
<p><em>Mio fratello? Non lo so, ma non credo.</em> Che faceva mio fratello, a 13 anni? A parte non studiare? Non mi ricordo di averlo mai sentito parlare di calcio, lui si chiudeva in camera con i suoi sogni aereonautici di pilota da caccia e i suoi modellini di incrociatore asburgici. Di sicuro ascoltava i Police perché <em>Every Breath You Take</em> mi ha devastato gli anni migliori mentre studiavo nella stanzetta vicino alla sua: <em>Tac, tac-stop, riavvolgi, tac-tac-stop, riavvolgi,</em> fino a 100 volte in un giorno. Se mai vorrete condizionarmi tipo Manchurian Candidate ora sapete cosa vi serve. Mio fratello di sicuro non seguì la partita, apparirà dopo, come racconterò (si noti l&#8217;errore del dettaglio storico: <em>Every Breath You Take</em> è uscita nel 1983 quindi non poteva suonare in quel pomeriggio di Italia-Brasile. Ma ci siamo capiti, Manchurian Agent n.6 a rapporto).</p>
<p><em>Mio padre, beh, lui credo di sì. Lui avrebbe benissimo potuto esserci.</em> Mi pare di sentirlo dire, come in tutte le partite: &#8220;non bucano&#8221; (cioè non segnano), oppure &#8220;&#8216;a la pirdèm&#8221; (la perdiamo). Credo abbia sempre detto sempre e solo questo, durante le partite di calcio. Il più deludente esempio di scarto emozionale tra l&#8217;inizio della partita e l&#8217;intervallo (&#8220;vado a dormire&#8221;, regolarmente, al duplice fischio dell&#8217;intervallo); mio padre si addormentava e saltava sempre la ripresa, come Boniperti. Ma Italia-Brasile era alle 17 15 e mio padre non si sarebbe addormentato, anzi, avrebbe gestito il dopo gara da par suo.</p>
<p><em>E poi ci sono io</em>, che sono seduto nella poltrona più vicino alla Tv, di fianco alla credenza con i superalcolici per i parenti che non vengono mai e quando vengono non bevono. Il televisore è un Sony a colori. Non esulto, ma nemmeno mi dispero. Ho la tensione agonistica dello spettatore-ragazzino, una passione sportiva che vivrà il suo zenith tra la stagione &#8217;80-81 e &#8217;82-83, uccisa ad Atene nel maggio doloroso di una delusione fatale. Durante Italia Brasile la tensione mi morde le caviglie, insidiosa, e mi accorcia l&#8217;uccello come in una doccia d&#8217;acqua gelata. Sono nervoso, ma ai gol dell&#8217;Italia non esplodo scomposto, non mi butto in ginocchio. Dico piano un &#8221;e vai&#8221;, preparandomi alla sofferenza successiva perché lo so: <em>non ce la faremo mai</em>. Tutto questo spirito di contraddizione trova una sintesi dell&#8217;emicrania, inversamente proporzionale alle dimensioni del mio pene sotto sforzo.</p>
<p>Finalmente la vittoria finale: 3-2 al novantesimo. Il triplice fischio di Klein. Il miracolo. La rivincita degli stracciari, dei catenacciari contro le morbide geometrie brasiliane. Dall&#8217;inferno al paradiso. Il mal di testa non scompare ma sento il calore che stempera pian piano dalle orecchie, la pressione sanguigna che ritorna verso il basso e allora scatto fuori, in giardino, nel bel sole obliquo e gentile di un tramonto estivo. Cammino un po&#8217; in lungo e in largo, stringendo i pugni, sono contento, prendo il pallone vicino al pozzo e inizio a palleggiare come Bruno Conti, di sinistro. Mi sembra che i miei primi 12 anni non siano nulla rispetto a ciò che mi aspetta nella vita,  grazie agli Azzurri e alle imprese che seguiranno. E&#8217; ancora caldo, ci saranno 30 gradi buoni, anche mentre il sole inizia la sua lenta discesa verso il fumaiolo dello zuccherificio Eridania.</p>
<p>Spunta mia sorella, dal nulla: &#8220;tutto questo casino per una partita?&#8221;. Le calcio contro il pallone. Arriva mio fratello con una faccia da funerale, uno stizzire muto da ribelle: &#8220;beh, che succede?&#8221; faccio io. Alle sue spalle mio padre, con una specie di mezzo sorriso che non c&#8217;entra più nulla con il trionfo: &#8220;quel mucchio lì, prendete la carriola&#8221;. Di fianco a me, proprio in cima a un mucchio di sabbia grigiastra e rovente, c&#8217;è il pallone destinato al viso della mia sorellina. &#8220;Tutta? Ma perché?&#8221;. Ma inutile chiedere spiegazioni pronte: prendo la carriola, affondo la vanga fino nemmeno a metà, sulla punta, sennò ti spezzi gli avambracci.I 30 gradi li sento tutti, sudo, carico la carriola poi faccio una decina di metri, con mio fratello che mi aiuta a sollevarla e a rovesciare il carico sul pianale del camion; non c&#8217;è bisogno di guardarci, ci sincronizziamo al tatto, il primo dei due che spinge in alto l&#8217;altro lo segue. Mio padre è sparito dentro la serra dei rampicanti e lo rivedremo a cena. Io e mio fratello non si dovrebbe smettere fino a che abbiamo finito, ma lui a un certo punto se ne torna in casa: &#8220;adesso, basta&#8221;.</p>
<p>Io invece continuo, prendo un secchio perché non posso sollevare la carriola da solo e lo riempio più volte, fino al camion. Non ricordo quanto durano gli scavi penali di quella strana celebrazione. Mi ricordo solo i calli, le vesciche biancastre tra pollice e indice, sulla pelle abbronzata alla contadina. Ogni tanto faccio cadere il badile e scuoto la mano, per farmi passare il dolore almeno per qualche secondo. Poi ricomincio, con un po&#8217; di rabbia in più, ripassando in rassegna con gli occhi i 3 gol di Pablito. Forse è in quel momento che maturo decisioni future, di una vita senza vanghe, di una piccola fuga per la vittoria.</p>
<p>Vi chiederete perché il post sotto l&#8217;albero di quest&#8217;anno parla dei Mondiali di Spagna.</p>
<p>E&#8217; che ho appena finito di leggere il bel racconto <em>Italia Brasile 3-2</em> di Davide Enia (Sellerio Editore, pagg. 100) e mi sono rivisto in quella situazione, ad un età più o meno simile a quella del protagonista: nello schermo dello stesso del TV Sony Black Triniton del libro, lo stesso televisore da Sud a Nord, da Palermo a Ravenna. Mi sono confrontato con quel vulcanico salotto di casa siciliana con madri, padri, fratelli e zii in fiamme durante un momento di autentica storia italiana. Mentre io non ricordavo quasi niente di Italia &#8211; Brasile del 5 luglio a Barcellona, di quel lessico familiare che nel libro scalda il cuore con i ricordi altrui. Non che ora, dopo aver finito il libro, mi ricordi molto di più di quanto ho scritto sopra, così pochi dettagli, qualche invenzione portata dal tempo che passa.</p>
<p>Ma ho riscoperto l&#8217;importanza della memoria, di risentire quelle parole mescolate di lingua e dialetto, di ritrovare la compagnia dei miei 12 anni. Anche se non era Natale, ma il 5 luglio. Anche se al posto della neve c&#8217;era la sabbia.</p>
<p>Dei calli, di quella pelle ispessita fino quasi a rompersi, di me che scuoto la mano dal dolore spalando, mi sarei ricordato 3 anni dopo, nel 1985, rimuovendo dal vialetto d&#8217;ingresso della nostra casa di campagna la neve più grossa mai venuta giù per quelli nati dopo il 1970. Ancora quel male alle mani, in quel Gennaio con il freddo al posto del caldo, ma con la stessa sofferenza fisica del 1982. Con in più l&#8217;aggiunta di un pensiero piccolo, innocuo: ma come fanno i brasiliani a fare il Natale nel sole di Copacabana e il Ferragosto nell&#8217;inverno tropicale che non è nemmeno inverno? Come fanno a ricordare, a riavviare la loro memoria personale senza la neve che viene giù? Sarà per quello che hanno la Saudade? Quella nostalgia maliconica che non se ne va mai via? Forse perché gli manca la neve che, quando si scioglie, porta via con sé il dolore? Non nevica mai, sul Pan di Zucchero? Tra le case di Rio de Janeiro? Non nevica mai a San Paolo? A Curitiba? A Porto Alegre?</p>
<p>Non ha nevicato nemmeno quel 5 luglio 1982, in Brasile? Quando gli dei del football hanno perso la loro grandezza?</p>
<p>E chissà se Davide Enia ha mai letto <em>Morte a Credito.</em></p>
<p><em>&#8220;Junior raccontò che quando Zico andò a Udine, appena giunse l&#8217;inverno e il freddo, Zico, mischino, non ne capiva niente. Una mattina si susìu e aprendo la finestra fu terrorizzato. Chiamò subito l&#8217;unico amico che aveva in italia, Junior, che giocava coi granata. Piangendo, gli domandò cosa fosse mai quella cosa che calava dal cielo, lui non l&#8217;aveva vista mai, il mondo stava finendo? Perché è diventato tutto bianco? «È neve», lo tranquillizzò Junior. «È bianca, e delicata. Se vuoi, pouoi pure toccarla e giocarci». E Zico si fisò e questa storiella termina accussì.&#8221;</em></p>
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		<title>La lobby di Dio &#8211; Ferruccio Pinotti</title>
		<link>http://www.jonkind.com/2010/12/13/la-lobby-di-dio-ferruccio-pinotti/</link>
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		<pubDate>Mon, 13 Dec 2010 23:51:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
				<category><![CDATA[Suggestion Of The Day]]></category>

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		<description><![CDATA[Ripercorrendo le fasi del rapporto tra il Cavaliere e i discepoli di Giussani si scopre un&#8217;unità d&#8217;intenti che non è mai stata soltanto spirituale. In un ventennio, anzi, la reciprocità di interessi è emersa soprattutto nel quadro di dinamiche affaristiche e politiche; tanto che ormai si è giunti a registrare una sorta di sovrapposizione di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2010/12/LA_LOBBY_DI_DIO250.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2403" title="LA_LOBBY_DI_DIO250" src="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2010/12/LA_LOBBY_DI_DIO250.jpg" alt="" width="200" height="292" /></a>Ripercorrendo le fasi del rapporto tra il Cavaliere e i discepoli di Giussani si scopre un&#8217;unità d&#8217;intenti che non è mai stata soltanto spirituale. In un ventennio, anzi, la reciprocità di interessi è emersa soprattutto nel quadro di dinamiche affaristiche e politiche; tanto che ormai si è giunti a registrare una sorta di sovrapposizione di vedute, una relazione quasi complementare, simbiotica. Da una parte c&#8217;è Cl, che non ha mai nascosto la propria preferenza elettorale e che, in alcuni casi, è addirittura parte integrante del Partito (Roberto Formigoni è senatore PDL, Maurizio Lupi è vicepresidente della Camera dei Deputati); dall&#8217;altra c&#8217;è Berlusconi, che nel giorno della scomparsa di Don Giussani, il 22 febbraio 2005, ha svelato commosso: &#8220;Don Luigi mi ripeteva sempre di considerarmi l&#8217;uomo della Provvidenza in Italia, e per questo mi sentivo impegnato a lavorare nella direzione che avevo intrapreso con il suo consenso e il suo sprone.&#8221;</p>
<p><em>(La lobby di Dio, pag. 39, edito da ChiareLettere)</em></p>
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		<title>The Social Network</title>
		<link>http://www.jonkind.com/2010/12/04/the-social-network/</link>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 17:19:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
				<category><![CDATA[Suggestion Of The Day]]></category>

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		<description><![CDATA[(dialogo tra me e il mio socio di affari, interno pizzeria, Milano, 2001) &#8220;dobbiamo smettere con il giornale di carta&#8221; &#8220;non si può, non ce lo possiamo permettere&#8221; &#8220;ma figurati&#8221; &#8220;per fare cosa, poi?&#8221; &#8220;andiamo online, facciamo un giornale per le università solo sul web&#8221; &#8220;naaaa&#8221; &#8220;perché no?&#8221; &#8220;perché serve la presenza fisica, per occupare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2010/12/Saverin.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2239" title="Saverin" src="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2010/12/Saverin.jpg" alt="" width="456" height="263" /></a></p>
<p>(dialogo tra me e il mio socio di affari, interno pizzeria, Milano, 2001)</p>
<p><em>&#8220;dobbiamo smettere con il giornale di carta&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;non si può, non ce lo possiamo permettere&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;ma figurati&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;per fare cosa, poi?&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;andiamo online, facciamo un giornale per le università solo sul web&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;naaaa&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;perché no?&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;perché serve la presenza fisica, per occupare lo spazio, devi esserci, al bar, in biblioteca, nelle sale studio&#8230;&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;mah&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;e poi online come ti fai pagare, almeno il giornale di carta sganciano la mille&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;sì, ma quanto ci costa un lettore nuovo? ci sono migliaia di studenti che ancora non raggiungiamo, i costi e la scala di distribuzione sono un ostacolo allo sviluppo&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;se stiamo solo sul web non esistiamo&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;è solo una questione di tempo e abitudini, vedrai&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;e come campiamo?&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;beh, con l&#8217;e-commerce&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;ma va, in Italia la gente non compra online e non comprerà mai&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;e chi lo dice?&#8221;<span id="more-2151"></span><br />
</em></p>
<p><em>&#8220;la gente vuole andare in centro&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;ah, beh&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;diciamo che andiamo online, va bene. ma niente e-commerce, ti concedo di mettere online i profili degli studenti&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;e che ci guadagniamo, noi?&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;cominciamo così, una vetrina per gli studenti per presentarsi e mandarsi messaggi, questo te lo concedo, ma il giornale rimane su carta.&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;non lo so, mi sembra una roba debole, che possono fare tutti, come proteggiamo l&#8217;idea?&#8221;</em></p>
<p><em>&#8220;andiamo, paga il conto, ne riparliamo più tardi&#8221;</em></p>
<p><em></em>Questo dialogo aveva luogo qualche anno fa, mentre io e il mio socio eravamo in affari nel marketing per gli studenti universitari con una piccola società presente a vario titolo nelle 4 università milanesi. Pubblicavamo un giornale studentesco, organizzavamo una serata in discoteca per gli scambisti Erasmus, offrivamo prodotti per conto di aziende che volessero raggiungere i giovani consumatori tra i 19 e i 25 anni. A un certo punto, tra il 1998 e 1999, è arrivata l&#8217;onda Internet e &#8211; non so voi &#8211; ma noi non siamo riusciti a cavalcarla, finendo a faccia in giù prima del bagnasciuga. La <em>New Economy</em> ha spostato verso le <em>start up yeah-yeah</em> tutti gli extra budget aziendali che sono volati via dai giornali di carta, dalle feste brick-and-martini, dai gazebo dove avvenenti hostess adescavano ingegneri arruffati per provare il nuovo modello d&#8217;auto. <em>Away, away, away</em> sono state le 3 W di WWW, per il nostro business. Abbiamo reagito lentamente al nuovo mondo anche perché  nessuno di noi due era un programmatore, necessitando quindi un traduttore di codice, ogni volta che si abbozzava un&#8217;idea.</p>
<p>Il dialogo con il mio ex socio è tornato in superficie all&#8217;improvviso, durante la visione di <em><a href="http://www.imdb.com/title/tt1285016/">The Social Network</a></em>, il film sulla storia di <em>Facebook </em>dalla sua nascita fino al primo milione di sottoscrittori. Succede, durante le proiezioni di un film perfetto di non seguire con troppa attenzione lo sviluppo della pellicola ma piuttosto di vagare con la mente per i fatti tuoi, proprio mentre sullo schermo si succedono fluidi i piani in campo medio (e lo sfondo sociale che si compone oltre le spalle) in una sequenza di scene calibrate tra unità di tempo e <em>flashback, </em>con le ampie panoramiche d&#8217;ambiente che assorbono una colonna sonora disco-industrial e gli attori perfettamente a loro agio nel recitare il novello Shakespeare del <em>masculine cinema; </em>proprio<em> </em>in presenza di simili azzeccate alchimie l&#8217;occhio non nota l&#8217;orrore aumentato dei dettagli sbagliati, l&#8217;inconsistenza degli interpreti fuori casting, i movimenti inutili della macchina da presa, gli sbreghi nella composizione. Quando l&#8217;opera d&#8217;arte funziona (come un libro, un quadro) ci sembra ovvia e &#8220;facile&#8221;, laddove dove lo scempio si fa &#8220;faticoso&#8221; e ingombrante. Quando le cose vanno bene ci si può abbandonare al flusso di suoni e immagini senza erigere barriere alla loro armoniosa eloquenza. A Enrico Ghezzi capitava di addormentarsi durante i grandi film, a me è capitato di pensare:</p>
<p>&#8220;ma che cazzo facevo io nel 2000? Dov&#8217;ero? Cosa è mancato a me e al mio socio per inventare Facebook?&#8221;</p>
<p><em>&#8220;If you guys were the inventors of Facebook you&#8217;d have invented Facebook&#8221;. </em>Non devo pensarci più di tanto ai fatti miei perché a un certo punto, come spesso accade con Aaron &#8220;bardo&#8221; Sorkin (lo sceneggiatore di TSN), le parole arrivano qualche secondo in anticipo rispetto alla percezione sensibile, pochi attimi prima che la sceneggiatura svolti la curva prevista dallo <em>script</em>, come il lampo seguito dal tuono. Quando Jesse Eisenberg (Zuckerberg nel film) dice  ai fratelloni palestrati &#8220;<em>If you guys were the inventors of Facebook&#8230;&#8221; </em>posso finalmente risvegliarmi dal mio sogno da madaleine alle Quattro Stagioni e rientrare di corsa nella trama, anzi potrei anche tornare a casa, chiudere il gas, ritornare al cinema, capendo esattamente la storia dove l&#8217;ho lasciata, perché questo è Sorkin, due linee di <em>storyline</em> per rimetterti in pari: la comunicazione tra gli archetipi, il fuoco nella caverna della parola.</p>
<p>Ci sono molti motivi perché io e il mio socio non abbiamo inventato Facebook. Nessuno di noi due era abbastanza Zuckerberg, nessuno dei due era abbastanza Saverin, forse il nostro Sean Parker (che è arrivato, a un certo punto) non era abbastanza Sean Parker. Di sicuro non c&#8217;è niente a Milano che somigli ad Harvard. E di sicuro l&#8217;Italia non è l&#8217;America. Ma il limite vero è stato un altro: dopo 4 anni di vita gomito a gomito io e il mio socio ci si stava reciprocamente sulle palle, come e peggio di Lennon-McCartney nel 1969. Nelle avventure imprenditoriali i rapporti umani contano più di tutto il resto. C&#8217;è l&#8217;intuizione comune, c&#8217;è la simpatia iniziale, ma poi c&#8217;è poco tempo per raggiungere insieme l&#8217;obiettivo, si bruciano energie, si vive sempre a contatto 24 ore su 24. E&#8217; una specie di matrimonio problematico: la luna di miele dura più che tre settimane ma prima o poi si deve fare i conti con il tubetto di dentifricio che non si schiaccia. Di questo parla TSN, che è un film sul litigio attorno a Facebook (ricostruisce la vera storia della causa intentata a Mark Zuckerberg dai suoi compagni d&#8217;armi della prima ora, Eduardo Saverin e i fratelli Winklevoss che lo hanno accusato di frode societaria e furto dell&#8217;idea originale), sui giovani uomini che sono partiti insieme poi si sono lasciati male, sui nuovi protagonisti che entrano e distruggono l&#8217;equilibrio iniziale dei fondatori per crearne uno nuovo, che possa far continuare l&#8217;avventura altrimenti destinata a morire.</p>
<p>Qualcuno ha detto che Mark Zuckerberg è solo un grosso stronzo, una specie di autistico ossessionato. A molti il suo cinismo e il tradimento nei confronti dell&#8217;amico Eduardo sono parsi disgustosi. Ma la parabola imprenditoriale di Facebook non fa che confermare, come ci insegnavano i primi economisti classici, che nel capitalismo non nasce una grande fortuna senza almeno un piccolo crimine: è la diseguaglianza che crea la discontinuità vincente, in un sistema dove il capitale, come le donne in ovulazione, cerca fatalmente i geni migliori per la riproduzione e la conservazione della specie. E tutti hanno capito che i geni migliori erano quelli di Zuckerberg e non di Saverin o dei fratelli Winklevoss. E&#8217; evidente a posteriori che l&#8217;unico in grado di compiere tutto il percorso dell&#8217;idea al successo, attraverso la forza della volontà e il darwinismo della devianza, non poteva che essere Zuck. E poi parliamoci chiaro, è vero che i fratelloni Winklevoss hanno l&#8217;intuizione iniziale di creare un circolo esclusivo di studenti online: Harvard Connection, ma la vera essenza del Facebook da 600 milioni di membri nel 2010, è la successiva deduzione di Zuckerberg che il vero detonatore, la vera rottura del paradigma sociale è il pettegolezzo morboso e non il senso di esclusività <em>(&#8220;This is what drives life at college. Have you&#8217;re having sex or aren&#8217;t you&#8221;)</em>. Eduard Saverin ci mette i primi bigliettoni ma poi il suo ruolo diventa marginale, le sue reazioni si fanno puerili, mentre arriva quello nuovo &#8220;cool &amp; cool&#8221; (il Sean Parker impersonato da Justin Timberlake) che trova mezzo milione di dollari in 24 ore, e allora è giusto che passi avanti lui, perché altrimenti Facebook non avrebbe mai vinto la gara del primo che vince tutto.</p>
<p>Qualcuno si è lamentato che The Social Network non sia un film su Facebook, sulle sue logiche interne, su quella che i giornalisti giurassici chiamano la &#8220;Facebook Generation&#8221; che si supporrebbe dotata di reazioni neurali diverse dalla media. TSN infatti è solo un altro film processuale all&#8217;americana, sui sentimenti degli uomini che stavano dietro Facebook e sul modo in cui le leggi della società più liberale al mondo permettano quasi tutto, ma poi sappiano anche generosamente ricompensare quelli che sono rimasti indietro (in quale altro paese i postulanti della causa a Zuckerberg avrebbero preso tutti quei soldi come risarcimento?). TSN non è un film su due che stanno in chat, che si incontrano postando le loro foto, e poi sbrocchino fino a dover chiamare lo sceriffo oppure si sposino a Las Vegas. E io trovo che sia meglio così, perché credo che la tecnologia cambi il mondo ma non le persone, che sotto sotto restano sempre le stesse, con le loro passioni e il modo di reagire alle difficoltà della vita<em>.</em> Pretendere che i film <em>su</em> Facebook siano film <em>dentro</em> Facebook è come pretendere che nei western sia più rilevante il treno del pistolero, che nei Telefoni Bianchi i telefoni siano più importanti di Alida Valli, che nella commedia all&#8217;italiana ci si fissi sui primi frigoriferi domestici.</p>
<p>TSN è un affresco sociale in movimento del 21mo secolo. Un film di ribaltamento della matrice interna che ricorda in un certo modo gli ardori rivoluzionari poi sepolti dal conformismo in <em><a href="http://www.imdb.com/title/tt0106226/">The Age of Innocence</a></em>.</p>
<p>Per qualcuno TSN non è un bel film.</p>
<p>Secondo me stiamo stiamo invece parlando di un piccolo classico che è insieme il prototipo e il modello definitivo di una <em>golden age </em>della storia contemporanea e di una generazione di pionieri spavaldi del turbo-capitalismo. E credo che i giovani imprenditori immaginati da Fincher e Sorkin stiano già al piano di sopra dell&#8217;Hotel Cinema, a loro agio tra i cowboys di John Ford, i gangster di Martin Scorsese, i <em>fools</em> dei fratelli Coen.</p>
<p>Tutto il resto è conversazione.</p>
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		<title>Homer &amp; Langley &#8211; E.L.Doctorow</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Dec 2010 22:57:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Nella società newyorchese di quei giorni, un metodo usato dai genitori per assicurarsi che la figlia trovasse un marito adeguato era avvertirla, probabilmente sin dalla nascita, di stare attenta agli uomini e non fidarsi di loro. Tutto questo accadeva molto prima della Grande Guerra, quando i giorni delle flappers e delle donne che fumavano e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;<a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2010/12/doctorow.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2161" title="doctorow" src="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2010/12/doctorow.jpg" alt="" width="200" height="307" /></a>Nella società newyorchese di quei giorni, un metodo usato dai genitori per assicurarsi che la figlia trovasse un marito adeguato era avvertirla, probabilmente sin dalla nascita, di stare attenta agli uomini e non fidarsi di loro. Tutto questo accadeva molto prima della Grande Guerra, quando i giorni delle <em>flappers</em> e delle donne che fumavano e bevevano martini facevano parte di un futuro inimmaginabile. Così, un bel giovane cieco di famiglia rispettabile risultava particolarmente attraente, in quanto non poteva, neppure in segreto , combinare alcunché di sconveniente. La sua impotenza era molto affascinante per una donna educata sin dalla nascita a essere a sua volta impotente. La faceva sentire forte, autorevole, poteva suscitare la sua compassione, poteva ottenere molte cose, la mia cecità. La donna poteva esprimere se stessa, abbandonarsi ai suoi sentimenti repressi, cosa che non avrebbe potuto fare senza pericolo con un uomo normale.&#8221;</p>
<p><em>(tratto da Homer &amp; Langley di E.L. Doctorow, pag 12)</em></p>
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		<title>D-Day La Battaglia che salvò l&#8217;Europa &#8211; Antony Beevor</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Nov 2010 22:47:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jonkind</dc:creator>
				<category><![CDATA[Suggestion Of The Day]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Quando un&#8217;altra colonna della 3 corazzata raggiunse a sua volta Avranches, Ernest Hemingway era dietro i veicoli di testa. L&#8217;ufficiale che lo accompagnava, il tenente Stevenson, sottolineò che stare vicino a Hemingway era &#8220;più pericoloso che essere l&#8217;aiutante di campo del generale di brigata Roosevelt&#8221;. Hemingway, unitosi alla 4 divisione fanteria del generale Barton, aveva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2010/11/d-day.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1815" title="d-day" src="http://www.jonkind.com/wp-content/uploads/2010/11/d-day.jpg" alt="" width="150" height="216" /></a>&#8220;Quando un&#8217;altra colonna della 3 corazzata raggiunse a sua volta Avranches, Ernest Hemingway era dietro i veicoli di testa. L&#8217;ufficiale che lo accompagnava, il tenente Stevenson, sottolineò che stare vicino a Hemingway era &#8220;più pericoloso che essere l&#8217;aiutante di campo del generale di brigata Roosevelt&#8221;. Hemingway, unitosi alla 4 divisione fanteria del generale Barton, aveva convinto Stevenson ad accompagnarlo nelle sue rischiose escursioni a bordo di una Mercedes decapottabile o di un sidecar, due veicoli che erano stati entrambi abbandonati durante la ritirata tedesca [...] Venne presto raggiunto da Robert Capa, e per poco non fece uccidere anche lui quando smarrirono la strada e incapparono in un cannone controcarro tedesco; Hemingway, che dovette cercar riparo in un fosso, accusò in seguito Capa di non averlo aiutato in un momento critico in modo da poter scattare la prima foto del cadavere del famoso scrittore.&#8221;</p>
<p><em>(tratto da D-Day di Antony Beevor, edito RCS Libri, pagg. 401-402)</em></p>
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