
Ci sarà un motivo se, sopratutto se distillata da un’insistenza 24/7 della telecamera, la vita delle star del cinema ci par noiosa come quella di un operaio kazhako.
Va bene le fighe, le feste, l’alcol, le pillole, le sigarette e la piscina negli hotel di lusso, ma quanto puoi soffrire per una figlia mocciosetta, seppur simpatica, che frigna sul poggiatesta di una Ferrari? Quanto puoi immedesimarti in un attore che nei primi dodici minuti di film riceve dodici-ammiccamenti-dodici da bionde stratosferiche?, che vive di sesso non regolamentare in un albergo a 5 stelle e piange (poco) a comando?
Non scherziamo.
Il film Somewhere, di Sofia Coppola, sembra il diaro privato di un amico famoso. Una roba che non scalderebbe un cuore fritto in padella. Estetizzante, autocompiaciuto, quell’ispirazione warholiana passata al setaccio dei peggiori difetti di Wim Wenders e del ritmo non proprio serrato dei maestri europei innamorati della scena senza nemmeno un taglietto superficiale (Manoel de Oliveira su tutti).
Eppure il film, miracolosamente, si tiene.
E’ una testimonianza del mito rodato del Sunset Boulevard e di quello meno collaudato del Chateau Marmont. Una riscrittura di Lost in Traslation senza Bill Murray e il Giappone. Tuttavia un film digeribile nonostante la lunghezza delle scene e il furore ideologico della sequenza senza montaggio. Molta gnocca, forse troppa, e un giudizio troppo impietoso sul cattivo gusto italiano della televisione, per chi venga da Hollywood.
Voto: 6
President Bush’s aim was to create an “ownnership society” where citizens would be in control of their own lives and wealth through ownership, which would promote both independence and responsibility. But that did not just mean free markets based on private property rights – it was the expression of a willingness to use the levers of government to treat ownership more favorably than other contractual relationships in the marketplace. One of Bush’s key objectives was to increase the proportion of homeownership, and two of his best friends in that endeavor were called Fannie and Freddie.
(da Financial Fiasco di Johan Norber, edito da CATO institute, pag. 36)
La sorte fu dalla sua parte, e non venne scoperto. Nel frattempo la sua ospite organizzò le tappe successive del suo viaggio attraverso il Brennero. Non era nulla di nuovo, già migliaia di SS, criminali di guerra ma anche soldati semplici e profughi, erano stati inviati in Italia con lo stesso sistema. Gli spalloni portarono Eichmann sul versante italiano del Brennero, dove trovò ad attenderlo il parroco di Vipiteno. Eichmann descrive così il generoso uomo di chiesa:
“Questo prete aiutava già da anni ogni genere di profugo. Qualche volta erano degli ebrei e, questa volta…Eichmann! Ricevetti pieno di riconoscenza la mia valigia dalle mani di questo sacerdote in bicicletta circa 1,5 chilometri oltre i confine italiano. Lo stesso mi invitò a festeggiare il successo dell’operazione con l’abituale bicchierino di vino. Questa volta fu un rosso sudtirolese! Il prete mi fece incontrare con un tassista che mi portò a casa sua. Lì mi tolsi i miei abiti tradizionali tirolesi e indossai qualcosa di meno vistoso.”
Con queste parole, Adolf Eichmann descrive la sua fuga attraverso il Brennero: l’osceno e spietato commento sugli ebrei che troviamo nei suoi appunti presi durante il processo a Gerusalemme nel 1961 rende ogni commento superfluo. Il tassista sudtirolese nascose Eichmann per un paio di giorni a casa sua a Vipiteno. Tappa successiva del viaggio dell’ufficiale delle SS fu un convento francescano a Bolzano, in cui si trattenne più a lungo.
(Tratto da La Via Segreta dei Nazisti di Gerald Steinacher, Rizzoli editore, pag. 45)
“Negli anni Cinquanta inizia a percorrere i corridoi della Santa Sede un giovane sacerdote americano, trasferitosi a Roma per frequentare i corsi di diritto canonico all’Università gregoriana. E’ un uomo alto un metro e ottantasei, imponente, dal passo deciso. Viene da Cicero, violento sobborgo della Chicago di Al Capone, dov’è nato da genitori lituani immigrati nel 1922. Si chiama Paul Casimir Marcinkus e cresce nella periferia senza legge dove il mafioso aveva insidiato il suo quartier generale.”
“Si può vivere in questo mondo senza preoccuparsi del denaro? Non si può dirigere la Chiesa con le Avemaria”. (Paul Marcinkus)
(tratto da Vaticano S.p.A. di Gianluigi Nuzzi, edito da Chiarelettere, pag. 11 e 13)
“E’ il più grande disco rock di tutti i tempi. Punto. Non mandatemi lettere, risparmiatevi le vostre telefonate. Vi posso quasi vedere, lì a sventolare in aria i vostri dischi dei Beatles, le vostre copie di Pet Sounds, vecchi LP polverosi dentro copertine scolorite, certamente tutti degni di grande rispetto. Dischi di musica pop geniali, forse anche capolavori. Ma non il disco di rock’n'roll più grande e profondo di tutti i tempi. Questo è Exile on Main Street, incredibilmente ancora più gorioso oggi a trenta e rotti anni di distanza, nella sua custodia sbiadita e ingiallita, usurato come un guanto da baseball, o torn and frayed come i vostri jeans preferiti. Exile è un distillato senza soluzione di continuità di, quasi, tutti gli elementi essenziali del rock’n'roll fino al 1971, se non oltre. Non un pastiche, ben inteso, ma un cocktail potente che continua ad ammaliare anno dopo anno.”
(Exile on Main St. di Bill Janovitz, Parte I)
bill Janovitz, Rolling Stones
Heines e il suo amante vennero svegliati violentemente, da Bruckner e Maurice che fecero irruzione nella loro camera. Vennero tenuti sotto la minaccia delle armi. Hitler entrò di corsa, ordinando al maggiore Buch di “sterminare senza pietà quel tumore pestilenziale!”. Un testimone riferisce che i due vennero trascinati fuori e uccisi in un’automobile, un altro asserisce che vennero messi contro un muro e fucilati prima di essere sepolti nel fango.
Il Conte Spreti, un altro generale di Rohm, venne trascinato fuori dal letto fin nel corridoio e, quando lo sfortunato fece un gesto, Hitler pensò che stesse prendendo un’arma e lo colpì ripetutamente al capo con la punta metallica del suo frustino fino a quando non cadde al suolo. Poi Hitler entrò di slancio nella stanza di Rohm, dove lo aggredì con una tremenda raffica di invettive prima di consegnargli una pistola e di uscire. Hitler lasciò l’edificio e tornò a Monaco.
Ma, poco tempo dopo, quando Sepp Dietrich controllò, scoprì che Rohm non si era sparato.
(Da I Servizi Segreti delle SS, la Notte dei Lunghi Coltelli, pag. 81)
Hitler, Rohm, SS
(Milano ordina uccidete Borsellino di Alfio Caruso, pag. 84, Longanesi)
Era cominciata la stagione dei sequestri di persona e delle frequentazioni spericolate tra i mafiosi e i re di denari: i primi non impedivano le seconde, anzi, camminavano spesso a braccetto. Il rapimento più eclatante, fra quelli non realizzati, aveva per bersaglio l’emergente Silvio Berlusconi, fresco inventore di Milano 2. Un rapimento del quale molto si è detto e scritto. L’ultima versione è stata fornita da Gaspare Mutolo nell’intervista a Vanity Fair (novembre 2009): “Negli anni ’70 dovevamo rapire Berlusconi. Manco sapevo che si chiamava così. Ci avevano detto: quello di Milano 2. Allora il capo dei capi era Gaetano Badalamenti e aveva proibito sequestri in Sicilia. Non c’era problema, con tutti i ricchi che stavano al Nord. Allora li facevamno in Lombardia. roba pulita: mai donne e bambini, niente orecchie tagliate, niente sangue. Trattativa, pagamento, restituzione. Eravamo in diciotto per rapire Berlusconi, c’era anche Contorno. Poi arrivò il contrordine. E dopo, per tenere alla larga Turatello e altri malintenzionati, Berlusconi assunse Mangano.”
Berlusconi, Borsellino
“Mi ricordo le visite a casa, a cadenza quasi sistematica, in Via Sciuti, a Baida, in Via Danae a Mondello. Era di statura piccola, Lo Verde (il falso nome del latitante Bernardo Provenzano ndr). Arrivava sempre da solo, a piedi, un po’ curvo, con la solita andatura lenta e il borsello stretto fra le mani. Lasciava la macchina non vicinissimo alla villa dove abitavamo, non si sa mai e la prudenza non è mai troppa. Una volta, proprio in via Danae, arrivò senza scorta, anzi con il ragioniere Pino Lipari che doveva assistere all’incontro. Mio padre quindi mi mise in preallarme – trovava sempre il modo di imprartire istruzioni a modo suo stratgiche – disponendo che aprissi il cancello per fare entrare gli ospiti e l’auto. Ma Provenzano preferì parcheggiare all’esterno, malgrado i dubbi espressi da mio padre sulla sicurezza della strada. “Ma chi vuole che la tocca, la macchina?” tagliò corto Binnu. All’uscita trovò la capote del Maggiolone squarciata e l’alloggiamento dello stereo inesorabilmente vuoto. Avevano fottuto l’autoradio al padrino di Cosa Nostra, proprio davanti a casa mia.”
(Don Vito, le relazioni segrete tra Stato e mafia nel racconto di un testimone di eccezione, pag. 26)
ciancimino, provenzano
Il boss Palazzolo telefona alla sorella Sara perché si metta in contatto con Dell’Utri, non sa che gli inquirenti ascoltano le sue telefonate. L’uomo d’onore chiede un intervento sul ministro della Giustizia, perché vengano bloccate le rogatorie che lo riguardano. Poi chiede che Dell’Utri intervenga sulla Cassazione per aggiustare il suo processo, lo considera uno esperto della materia [...] Ma le richieste del boss in esilio non si fermano qui, vuole anche che si organizzi una delegazione di “tremila imprenditori” da portare in Angola, perché ci sono da fare tanti affari con il cemento costruendo strade, ponti e porti. Sara Palazzolo si rivolge a Daniela Palli, una mediatrice amica di Miranda Dell’Utri, la moglie di Marcello. Nel 2004, alla discoteca Isola di White di Buccinasco, nel corso di una festa con tra i partecipanti, Miranda dell’Utri, la signora Previti e Veronica Berlusconi, Daniela Palli informa la moglie del premier del “Progetto Angola” senza però fare il nome di Palazzolo. E’ quanto risulta dal racconto della serata fatto dalla Palli, le cui telefonate sono intercettate. “Vogliamo unire le forze politiche con quelle imprenditoriali, il presidente deve appoggiarlo in qualche modo” avrebbe detto Daniela Palli a Veronica. “Bisogna fare qualcosa per impedire che l’Africa finisca in mano alla Sinistra”
Berlusconi, Dell'Utri
“Speriamo di non fare più queste cose sulle mafia, perché questo è stato un disastro che abbiamo combinato insieme in giro per il mondo. Dalla Piovra in giù. Non ce ne siamo resi conto, ma tutto questo ha dato del nostro paese un’immagine veramente negativa. Quanti sono gli italiani mafiosi? Noi non vogliamo che un centinaio di persone diano un’immagine negativa nel mondo.”
(Silvio Berlusconi, 14 ottobre 1994)
“E’ vero, ha ragione il Presidente Berlusconi. Queste cose sono invenzioni, tutte cose da tragediatori che discreditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Si dicono tante cose cattive con questa storia di Cosa nostra, della mafia, che fanno scappare la gente. Ma quale mafia, quale piovra! Sono romanzi…Andreotti è un tragediato come sono tragediato io. E Carnevale più tragediato ancora. Questi pentiti accusano perché sono pagati, prendono soldi.
(Totò Riina, 20 ottobre 1994)
(tratto da Il Patto – da Ciancimino a Dell’Utri, la trattativa tra Stato e Mafia, pag. 37, edito da chiarelettere. Per dire che le recenti dichiarazioni di Silvio Berlusconi non sono una novità, e dell’importanza di pensare con la stessa testa del nemico, per combatterlo…)
Mafia, Patto