
Non so quanti evasori fiscali ci siano in India, ma l’accordo annunciato oggi tra i governi indiano e svizzero per lo scambio informazioni secondo gli standard OCSE per i paradisi fiscali è un passo importante, pur mancando ancora la ratifica dei rispettivi parlamenti.
Tempo fa l’OCSE impose ai c.d. paradisi di firmare almeno 10 accordi di cooperazione con altri paesi, per uscire dalla “blacklist”. Alcuni di questi (San Marino e Liechtenstein, per esempio) hanno deciso di uscire dalla nuvola nera della segretezza , segnalandosi per il gran numero di accordi firmati in solo 12 mesi. Accordi a volte un po’ pittoreschi, forse opportunistici, quale l’accordo fra San Marino e Australia e altri improbabili canali finanziari.
La Svizzera, la cui economia intera si fonda sull’importazione di capitali dall’estero sta facendo ovviamente più fatica a cambiare pelle, ma qualcosa si muove anche se, ripeto, non so quanti indiani esportino capitali evasi in Svizzera.
Un Paese che manca dalla lista? E che dovrebbe essere il primo a firmare questo genere di accordi?
L’Italia.
Giulio, a che punto stiamo? Manca la penna? Perché non procediamo?

Con un ritardo dovuto alle vacanze estive segnalo questo intervento del solitamente ottimo Oscar Giannino a difesa dei paradisi fiscali e a giustificazione dell’evasione come auto-protezione dall’asfissìa statalista. Oscar, nel tuo incipit anticipavi che il post avrebbe fatto girare le scatole a molti. Te lo confermo, solo che a girare non sono le mie palle stataliste ma quelle liberiste.
Le tesi dell’articolo sono sostanzialmente tre: 1) che sia in atto un ingiustificato linciaggio verso gli italiani che hanno i soldi all’estero; 2) che sia in atto un’ingiustificata offensiva delle agenzie delle entrate contro gli evasori fiscali; 3) che l’evasione fiscale sia giustificata contro le pretese delle burocrazie statali, anzi l’ultima frontiera della libertà contro lo strapotere degli apparati pubblici.
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L’asso serbo era nella manica da un pezzo, non è certo un colpo di testa dell’ultima ora dell’amministratore delegato di FIAT, Marchionne, per spiazzare i sindacati dopo la vicenda Pomigliano.
Le manovre per fare dei dintorni di Belgrado, a un’ora di volo da Torino, uno dei siti produttivi più importanti per la produzione di automobili per la fabbrica torinese si articolano, da mesi, su di un terreno assai favorevole: la Serbia non fa parte della UE, ma è in coda per entrarci e in quanto tale gode di particolari benefici in termini di dazi doganali, che favoriscano l’attrazione della Repubblica balcanica nello spazio industriale europeo. In più la “fratellanza slava” con la Russia fa della Serbia un posto formidabile per produrre auto che verranno poi esportate nella Federazione Russa, dato che sono stati ridotti allo 0% i dazi sull’esportazione di veicoli fra i due Paesi.
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Ogni volta che Giulio Tremonti afferma che abbiamo il migliore (e più stabile) sistema pensionistico d’Europa viene davvero voglia di mettere mano alla pistola.
Lo ha fatto ancora oggi, a margine dei commenti sulla manovra finanziaria del Senato, che include altri artifizi per incrementare l’età pensionabile che nei prossimi anni salirà da 65 in su, fino forse ai 75 anni, in totale controtendenza con i nuovi ritmi della globalizzazione e il “ringiovanimento” richiesto alle nuove classi produttive per sopravvivere (oggi si è considerati professionalmente morti a 40 anni, altro che 75).
Il sistema migliore. Ma di che? Il più stabile? Forse, perché la riforma di passaggio al contributivo dal retributivo, a partire dal 1 gennaio 1996, ha promesso che a pieno regime (nel 2040) il sistema non potrà mai essere strutturalmente in deficit, in quanto dovrà pagare prestazioni pari alle sue entrate, con un meccanismo di equilibrio a prova di recessione economica.
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Pensioni, Robin Hood, Tremonti
L’idea che il Grande Raccordo Anulare dei romani possa venire messo a pedaggio ha mandato ai pazzi il sindaco Alemanno, che minaccia di sfondare il casello con la macchina.
Il sindaco parla di Ombra Leghista sulla città. L’immagine è forte e probabilmente efficace pro domo sua. Ma bisognerebbe raccontare ai romani che il possibile pedaggio (sempre che si faccia) non è che lo show-down di un grande bluffatore, lo Stato Italiano, che dice di avere risorse che non ha, e quindi è costretto a chiederle ai cittadini.
Bisognerebbe raccontare ai romani che è finita la politica a costo zero, che senza poter più sfondare il bilancio pubblico ogni spesa deve essere seguita da un’entrata, e che l’intoccabile GRA è solo un antipasto di quel che succederà se la Sanità Laziale dovesse continuare a superare i limiti, come fa da anni a questa parte.
Bisognerebbe infine raccontare ai romani che il pedaggio del raccordo altro non serve che a coprire gli investimenti nei prossimi due anni sui tratti gestiti ANAS, non più finanziabili in deficit, investimenti tra cui si staglia fra tutti il famigerato Ponte di Messina (come avevo scritto qui).
Raccontiamolo, ai romani, che il Ponte sullo Stretto lo pagheranno loro.
Vediamo allora in quanti si schiantano contro la sbarra del TELEPASS, assieme al Sindaco.
Alemanno, GRA, Ponte Messina
Totale della manovra: 24,965 miliardi
Art. 11
Sull’articolo undicesimo del decreto legge di Tremonti, che vale risparmi dello Stato per almeno 600 milioni di euro, si sono scatenate le proteste delle categorie dei farmacisti. Federfarma in data 7 giugno ha convocato l’assemblea nazionale, ammonendo il Governo che il provvedimento finerebbe per mettere in ginocchio il settore, con rischio chiusura concreto per molte piccole farmacie, soprattutto quelle dei piccoli centri (c.d. “farmacie rurali”).
Scopo del provvedimento è ridurre la spesa di acquisto farmaci rimborsati dal servizio sanitario nazionale (SSN). Oggi questi farmaci sono prescritti dal medico con ricetta, acquistati dall’assistito in farmacia con un modesto contributo (in media il 7% del prezzo, il famoso ticket) e per il resto rimborsato al farmacista dallo Stato che, data la sua condizione di Grande Pagatore, chiede per sé uno sconto ulteriore di buona volontà (in media il 5%, con punte di 7% per le grandi farmacie e minimi di 1,5% con quelle più piccole): ne risulta che sui farmaci prescritti dal medico lo Stato paga comunque l’88%, da perfetto Stato Assistenziale nel settore della Salute.
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farmacia, manovra, Tremonti
Il fine settimana a Bruxelles ha partorito una montagna da frapporre all’ondata speculativa contro la moneta unica: 750 miliardi di euro, 1000 miliardi di dollari, più di millemila miliardi delle vecchie lire dell’Ingegner Cane.
“Volete vendere i bond? Bene, ce li ricompriamo tutti noi”, questo il messaggio implicito lanciato dai Paesi dell’Euro agli speculatori delle banche d’affari, impegnati a prendere posizioni al ribasso contro i debiti di Grecia, Portogallo, Spagna e anche Italia. La cifra stanziata per il piano di difesa dell’euro equivale più o meno al fabbisogno del prossimo due anni di tutti questi Paesi, suggerendo l’impossibilità di un default nel breve periodo.
Il piano spegne l’incendio ma non risolve il problema. Gli Stati Europei, già indebitati a dismisura, si offrono di aumentare ancora il loro debito a favore dei più deboli, scaricando in parte le banche del rischio ma assumendolo su di sé, aumentando le interconnessioni come possibile miccia di un’altra crisi futura.
E’ forse per questo che la risposta delle grandi accusate per il panico di questi giorno, le agenzie di Rating come Moody’s, è stata la seguente: “Ah sì, vi comprate tutto voi? Bene, perché noi riduciamo ancora di più il rating della Grecia. Mangiatevi la spazzatura.”
Gne gne.
Grecia, Moody
Fino a oggi abbiamo scherzato.
Fino a oggi Giulio Tremonti poteva permettersi le Robin Tax, le cartine plastificate, gli incentivini a cicli e motocicli, le banche del sud pitturate in cartolina, dire no a qualche ministro esotico con i mitici tagli orizzontali. Per ottenere la qualifica di “rigoroso salvatore dei conti pubblici” al Ministro dell’Economia è bastato rimanere completamente fermo, secondo il principio einsteiniano che in un mondo di enti precipitanti verso l’abisso chi cade meno velocemente sembra in realtà arrampicarsi verso l’alto.
Ma adesso le vacanze sono finite.
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Tremonti, vacanze
Ho già scritto di non essere molto convinto della maggior rilevanza, nel giudicare la solvibilità di un Paese, dell’ammontare di debito aggregato (debito pubblico + debito delle famiglie private) piuttosto che del solo debito statale.
Il fatto che le famiglie abbiano patrimonio e risparmio privato positivo è certamente un indicatore teorico di solvibilità di lungo termine, ma bisogna ipotizzare che l’amministrazione pubblica sia realmente in grado di aumentare la pressione fiscale su tale risparmio. Non è mica detto che ciò che vale in teoria valga anche in pratica, che in caso di rischio di default imminente il governo sia in grado di mettere le mani nel risparmio dei privati per far quadrare i conti. Che sia in grado soprattutto di farlo rapidamente, massicciamente, senza creare scompensi sociali addirittura peggiori di una bancarotta sui bond.
La tabella pubblicata dal Sole 24 ore di ieri non fa che confermare i miei dubbi: se prendiamo il caso della Grecia, in presenza di un debito pubblico simile a quello dell’Italia abbiamo valori del debito delle aziende e dei risparmiatori piuttosto contenuto. Eppure questo non impedisce che la Grecia e l’Europa con lei stiano vivendo ore drammatiche, con rischi di stabilità per l’intera Europa dell’Euro.
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debito privato pubblico
La politica occidentale moderna nacque ad Atene attorno al V secolo a.C. ma non sembra aver fatto molti progressi da allora.
Dell’Unione Europea si dice da tempo che è un’idea puramente economica e non politica, un mercato comune con una moneta unica ma senz’anima, senza capacità di esprimere un sistema coerente di decisioni politiche E’ vero, è così, anche perché questo è stato, fin dall’inizio, il progetto realistico dei suoi fondatori che evidentemente ammiravano la globalizzazione commerciale del Rinascimento più delle imprese a cavallo di Napoleone. L’idea alla base dell’Unione è che l’uomo politico si crei una volta creato l’uomo economico, che solo attraverso lo scambio di merci, servizi e forza lavoro e dopo consuetudini di decenni si decida di mettere in comune anche la gestione del potere.
Un’idea chiara al momento del Trattato di Roma nel 1957, ancora più chiara al momento del Trattato di Maastricht nel 1989 che disegnava l’architettura dell’Euro. Già da Maastricht era chiaro l’obiettivo per i ministri europei delle finanze che volessero partecipare alla moneta unica poi introdotta nel 2002: il tasso di cambio tra paesi sarebbe stato eliminato, la politica monetaria delegata a un’unica banca centrale europea. In questo modo non sarebbero più state possibili svalutazione della moneta locale (eliminata per definizione) e nemmeno il surriscaldamento inflazionistico o da debito pubblico che prima o poi si sarebbe scaricato sul peggioramento delle condizioni di scambio fra paesi dell’Unione.
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Euro, Europa, Grecia