Ogni volta che leggo un’intervista a Giulio Tremonti capisco di quanto il Ministero dell’Economia sia troppo stretto per lui. Ma che dico l’Economia: l’Italia, L’Europa, il mondo sono realtà troppo strette per il politico più emergente che ci sia, amato sia dal PDL che dalla Lega; il “nostro ministro più colto”, per usare le parole rispettose del direttore del Sole 24 Ore, Gianni Riotta.

Nell’intervista a Repubblica di oggi Giulio ci tiene anzitutto a spegnere l’allarme: “l’emergenza è finita”, dice, ironizzando sui soliti corvi che si aspettavano ancora una volta il tracollo estivo dell’Italia. “Non ci sarà bisogno di una manovra correttiva.” I nostri titoli del debito pubblico vengono acquistati dal mercato a bassi rendimenti, quindi possiamo rinnovare (e ampliare) il nostro debito pubblico. Senza correre il rischio della Grecia.

Il tono dell’intervista, al solito, è alto, talmente alto e ispirato che a volte pensi che il naturale benchmark di Tremonti non siano i Wolfgang Schaeuble o le Christine Lagarde, ma come minimo il “Great Design” di Stephen Hawking. Grandi e possenti forze in azione nello spazio-tempo della politica e dell’Economia. Una fiducia laica in una sorta di accomodamento intelligente e spontaneo, la forza della diagnosi, l’inellutabilità (e irrilevanza?) delle conseguenze. Chi fa cosa? Non importa. Brains are at work, please don’t disturb.

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E’ stata la storia del giorno, la diatriba Dell’Utri – Di Pietro sulla libertà di espressione e di parola nella democrazia italiana.

Il mio giudizio?

Non è niente di importante.

Il fatto che Marcello Dell’Utri sia stato fischiato fino a essere zittito è un fatto straordinario? Marcello Dell’Utri, libero cittadino con libertà di parola, condannato in due gradi di giudizio per associazione mafiosa, con una passione insistente sui Diari di Mussolini che riempie i giornali?

Può succedere.

Nelle migliori democrazie del mondo.

Il ritorno del Colonnello è previsto per lunedi del 30 agosto, o forse domani, o dopodomani (gli piace tenerci sulla corda). Dopo la firma del Trattato di riparazione coloniale fra i due paesi, due anni fa, la visita serve a celebrare il secondo anniversario dell’evento: siamo ormai al quarto incontro ai massimi livelli di leadership, tra due paesi che solo 24 mesi erano teoricamente in guerra fredda.

Come nella tradizione del Governo Berlusconi, collaudata soprattutto con i russi, sapremo quasi niente di quello che lui e Gheddafi si diranno nelle segrete stanze, si parlerà di politica energetica per le forniture di gas, dell’appalto dell’autostrada costiera tra Egitto e Tunisia che verrà pagata dai contribuenti italiani per le misteriose vendette della Storia, si parlerà delle polemiche sulla crescita del capitale libico (tramite la banca centrale libica e il Fondo Sovrano Lia) nel capitale di Unicredit, che ha mandato ai matti gli alleati leghisti del PDL ma che è stata ben accolta da altri elementi dell’establishment economico italiano, come Cesare Geronzi di Generali: “i libici i migliori soci che io abbia mai avuto, non ho nulla da ridire sulla loro classe dirigente” (in questo condividendo il privilegio di quasi tutto il popolo libico).

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Ci sono volte che mi commuovo a pensarmi bambino. Mi vedo sul divano della stanza degli ospiti, quella con la stufa a legna, con un’abbondante scorta di crackers rubati dagli scaffali della credenza. Ci sono stati lunghi anni, lunghi pomeriggi in cui leggevo i fumetti.  Non facevo altro: leggevo fumetti sdraiato sul divano, con la testa nel palmo destro sul bracciolo, aspettando la cena, in compagnia dei crackers salati della Pavesi. Le avventure settimanali e gli almanacchi di Topolino, i miei personaggi preferiti erano Zio Paperone, Paperino e Qui Quo Qua.

Quando ripenso ai quei pomeriggi la cosa che mi intenerisce di più (di me stesso, e raramente sono tenero con me stesso), sono gli errori che facevo leggendo a voce alta (ero sempre solo nella stanza), quegli errori di pronuncia per non sapere ancora un acca di inglese e per la totale trascuratezza degli accenti. Per anni (forse fino all’università addirittura) ho pensato si dicesse prozia, e non prozìa, parlando di parenti. E tutti quegli accenti che non colsi.

Oggi mi sono ricordato di un altro errore di pronuncia. Il Klondike. Il Klondike è quell’inospitale zona dell’Alaska dove Zio Paperone, da giovane, aveva cercato fortuna quando venne scoperto l’oro. E’ una delle sue storie predilette ai nipoti, la storia del Klondike e dello Yukon River, della Corsa all’Oro del 1896 e di  quanto faceva un freddo porco, laggiù. Con le pepite che si trovavano solo sputando l’anima, senza mollare mai (seguiva morale ai nipotini, di solito per spuntare piccoli lavoretti senza scucire un nichelino).

Per anni ho pensato si dicesse Klondìke, con l’accento sulla i.

Embé?

(per chi si chiedesse da dove accidente sbuca fuori ‘sta madeleine è solo che su Sky stanno passando la versione restaurata di The Gold Rush, di Charlie Chaplin)

Alla vigilia delle elezioni di metà mandato per il rinnovo del Congresso (che si terranno a Novembre) il Partito Democratico americano rischia un fiasco colossale, almeno per chi lega il possibile risultato elettorale alla caduta del consenso popolare del Presidente Obama, oggi precipitato al 40%. Una vittoria schiacciante dei Repubblicani alle elezioni manderebbe in minoranza i Democratici al Congresso, portando a una coabitazione ostile con l’Amministrazione fino alle nuove presidenziali, nel 2012, mettendo di fatto la camicia di forza alla Casa Bianca.

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Quante mosche esistono nel tuo giardino? Quante sono? Quante volano nell’arco di 300, 400 metri e devi preoccuparti che non entrino per una finestra aperta, per una luce accesa? Quando le spruzzi della cara vecchia IG Farben e non trovi i loro resti, e ce ne sono altre che volano dopo che hai aperto le finestre, per cambiare l’aria? E quelle rientrano, nessuno gli dice di non rientrare che verranno uccise e invece quelle ti volano addosso, sulle palpebre, sul naso, sul braccio, con quel fastidioso freddolìno quando toccano la tua pelle. Ma quante ce ne sono là fuori?

Ha fatto il botto l’affermazione di Nichi Vendola che Carlo Giuliani, il manifestante ucciso a Genova durante il G8 del 2001, sarebbe da ascrivere all’Olimpo degli Eroi Civili d’Italia, come i giudici Falcone e Borsellino.

L’affermazione ha scatenato gli ultimi eredi della Pasionaria di Spagna (come qui) ma ha, come era lecito attendersi, scatenato soprattutto proteste. Vendola è stato costretto a un dietro-front/smentita parziale.

A dire il vero non credo sia importante il vero contenuto delle affermazioni di un politico, che non escono mai per caso. Meglio conoscere le intenzioni che non i risultati. Vendola sa benissimo che il suo elettorato più attivo è molto sensibile all’argomento di quel G8 in Liguria, e tenta di avere per sé tutto i loro occhi. Che si definisca Carlo Giuliani un eroe e poi lo si declassi sotto Falcone e Borsellino è un tentativo ozioso. Gli eroi sono eroi, dormiranno tutti nel medesimo Walhalla, non ci sono pacchetti turistici. Paragonare a Falcone e Borsellino piuttosto che a Suor Maria Teresa di Calcutta o Francesco Moser, è uno sport della domenica.

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Paul Allen, il miliardario americano alle prese con un linfoma non-Hodgkin per il quale ha appena completato un altro ciclo di chemioterapia, ha deciso di devolvere metà della sua fortuna (13,5 miliardi di dollari) ad iniziative filantropiche.

Paul Allen è uno dei co-fondatori di Microsoft che lasciò già negli anni ’80 per un’altra malattia, all’apice delle fortune della casa di Redmond, diventando un investitore in proprio con un gruzzolo che già lo iscriveva nella TopList dei miliardari del pianeta. Negli anni si sono sprecati i paragoni con Bill Gates, il socio di Paul nell’avventura informatica: mentre Bill faceva crescere Microsoft fino a farla diventare la Corporation per eccellenza Paul investiva i propri guadagni nelle direzioni più svariate: il nono yacht più lungo del mondo (l’Octopus), elicotteri, sottomarini, caccia e bombardieri della II guerra mondiale, squadre di sport professionistico USA (Portland Trail Blazers, Seattle Seahawks), la spada laser di Darth Vader usata in guerre stellari.

Insomma, qualcuno dice che li ha buttati (frequentando anche parecchie attrici e attricette di Hollywood).

Ma adesso la gigantesca donazione in beneficenza riscatterà Paul anche rispetto al ben più famoso socio (e filantropo) Bill.

Anche se a me viene in mente il celebre epitaffio – in vita – del calciatore inglese George Best: “Tutti i miei soldi li ho spesi in auto, alcool e belle donne. Il resto l’ho sprecato”.

Forza, Paul.

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Sembra incredibile, dato il livello mediocre dei nostri ministri, trovare un galantuomo che si applichi nel rispetto delle leggi comunitarie e sfidi l’impopolarità del suo stesso bacino elettorale pur di mantenere gli impegni internazionali dell’Italia.

La faccenda è quella ben nota delle quote latte, con i produttori disonesti che dopo aver ottenuto rateizzazioni decennali per il pagamento delle sanzioni dovute alla UE, hanno ottenuto una ulteriore proroga fino alla fine di quest’anno, grazie al lobbying della Lega Nord durante la discussione della manovra finanziaria al Senato.

Galan, ministro dell’Agricoltura, ha dichiarato sempre la sua contrarietà a quest’andazzo ed è stato lui stesso a scrivere al commissario europeo, Ciolos, perché intervenga su questa ennesima exception culturelle della politica italiana.

Un ministro da seguire.

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C’è questa foto, il volto insanguinato di uno dei manifestanti-terremotati durante la manifestazione romana del 7 luglio. Molto sangue, e si vede,  ma il ragazzo nella foto e un altro manifestante se la sono cavata con medicazioni leggere.

Le prime notizie di giornata, mentre il corteo si faceva minaccioso verso la residenza di Berlusconi, sembravano più drammatiche di quanto sarebbero apparse solo in serata. Il riflesso dei media, ma più ancora della rete e dei social network, era stato subito per lo scatto della gamba verso il caso noto: il G8 di Genova, la polizia in tenuta da guerra che picchia indiscriminatamente il popolo pacifico, elegie sudamericane. Prima ancora di pranzo sbucavano le prime vignette di stampo centrosocialistico, poliziotti con scudo in plexiglass che menano di manganello l’agnello della manifestazione. Alcuni appelli online di nuove Pasionarie (“stanno picchiando i nostri ragazzi, ditelo a tutti, non lasciateci soli“) ci hanno per un attimo tenuto sull’orlo della parodia macabra.

Ci sono cose che in questo paese non si capiranno mai. Che la misura è forza, che il senso delle proporzioni è controllo.

Un paio di poliziotti ci sono andati giù troppo duro. Un paio di manifestanti le hanno prese più di quanto sia lecito aspettarsi in una manifestazione pacifica. That’s all. Qualche militare perderà il permesso di tornare dalla fidanzata per un paio di week end. Ma non c’è stato un tentativo di eversione fascista dall’interno.

Il corteo di protesta degli Aquilani era contro il decreto del governo che spalmava su 5 anni le tasse da pagare per i residenti delle aree colpite dal terremoto. Dopo gli scontri e il momento di tensione, con la mediazione del PD, gli anni di rateizzazione sono diventati 10.

Alla fine i due feriti sono stati utili alla causa.

Due feriti in un tafferuglio non sono una notizia, sono una forma di negoziazione nell’ambito democratico. Perché la politica ha ancora un rapporto fisico con la realtà umana che è destinata a controllare. Non facciamoci spaventare da un po’ di sangue, a volte serve più di mille parole.

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