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Gli indignados del sabato pomeriggio

Pubblicato il 15 ottobre 2011

Tanto tempo fa, quando ancora le rivoluzioni si facevano con l’eloquente uso di una qualche forma di violenza collettiva, le prime ore della mattina erano decisive per i rivoltosi, perché lo scopo era sorprendere i nemici di classe nel torpore del risveglio. Il 14 luglio 1789 è mattina presto quando alcuni cenci parigini assaltano l’armeria al Palace des Invalides per poi spaventare i guardiani della Bastiglia a colpi cannone; Lenin proclama la vittoria insurrezionale alle 10 del 25 ottobre, quando inizia l’assedio al Palazzo d’Inverno sede del governo provvisorio di Kerenskij.

Oggi l’indignazione è un sentimento legittimo che entra in conflitto con le agende serrate della settimana lavorativa, con il traffico degli ipermercati all’ora di pranzo e con lo schedule degli appuntamenti sportivi: stamattina a Parigi, per esempio, la città era bloccata, sì, ma dalla semifinale di rugby contro il Galles in Nuova Zelanda, finita attorno alle 12, due ore giuste giuste per un pranzo comodo prima del corteo delle 14; in Giappone, un paese a grande vocazione industriale dove si lavora ancora in vere fabbriche, all’Occupy Tokio del sabato mattina non c’è andato nessuno.

Ma pure al netto delle facili ironie del moderato che non sa bene se debba sprangare le finestre o lasciarle aperte, se vogliamo invece passare ai contenuti della prima manifestazione globale con un nome in spagnolo, beh, mi pare che non ci siamo.

Prima di tutto, anche se ogni volta cambiano il nome, gli indignados di oggi sembrano sempre i soliti noti che una volta si chiamano no-global, la volta dopo popolo viola poi le donne in piazza e così via. Grazie all’aiuto del costo zero degli inviti diramati via Facebook ormai i gruppi di protesta del sabato possono permettersi di cambiare nome anche più di una volta l’anno, ancora più velocemente di un partito politico della seconda repubblica; ma se scruti le bandiere e i frontmen ritrovi gli stessi simboli, le stesse facce in un prisma che partendo dal verde fosforescente della tuba di un uomo in trampoli e dai quattro mori sardi (le autonomie onnipresenti) finisce inevitabilmente a frazionarsi nell’arcobaleno, nel bianco rigato di Emergency e nel rosso Fiom, con un patchwork di istanze a volte legittime che però perdono forza nelle invettive generiche contro il sistema.

Prendiamo lo slogan del 99% che piace tanto ai fautori delle nuove occupazioni a cielo aperto: partendo dallo spunto di un ricco, Warren Buffet, che si è autodenunciato come appartenente all’1% dei privilegiati del mondo che non pagano abbastanza tasse, i poveri del 99% realizzano che allora li hanno sempre presi per il culo (cit.) e si scagliano in automatico (come direbbe il mio ex caporale di camerata) contro i simboli sempiterni del complotto internazionale, la grande finanza e le banche centrali. E’ vero che dopo il 2007 difendere Wall Street è sempre più difficile ma ancora una volta l’elaborazione intellettuale delle masse in crisi per l’impoverimento del cervello medio è sconsolante: la protesta degli indignados di sabato 15 ottobre si condensa in uno slogan “questo debito non è nostro”, uno slogan particolarmente rilevante in quei paesi come Spagna, Grecia e Italia dove la gioiosa macchina da guerra keynesiana si è infranta contro la dura realtà della mancanza del carburante; l’ardito sequitur è questo: il debito pubblico è esploso per colpa della grande finanza internazionale e adesso, con la collaborazione scellerata della BCE inzigata dallo Iago di turno (Mario Draghi) si vuol far pagare la crisi ai poveri del 99% mentre i ricchi dell’1% continuano ad arricchirsi. Un disegnino facile da comprendere, uno scarabocchio della ragione. Un falso propagandistico.

L’argomento del debito pubblico come conseguenza delle storture finanziarie è un argomento buono semmai negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Germania dove salvatori e salvati si abbracciano mollemente all’interno dello stesso Paese, ma in Italia, Spagna e Grecia non esistono salvatori, solo salvati (speriamo). Il nostro debito pubblico non dipende in nessun modo dalle alchimie subdole dei maghi di Wall Street, ce lo siamo fatti da soli, in anni di politica irresponsabile che ha pensato a farsi eleggere a qualunque costo, distribuendo soldi a pioggia non solo al sistema criminoso degli appalti pubblici ma anche (e soprattutto) continuando a rifornire il flusso delle pensioni di anzianità, l’enorme apparato pubblico amministrativo, della scuola e della sanità e allo stesso tempo permettendo a una larga classe di commercianti e autonomi di evadere il fisco. Per anni Wall Street ci ha finanziato questo squilibrio nel rapporto spese/entrate, reperendo fondi dai pensionati della California e dalle vedove scozzesi per prestarli a noi (comprando i nostri BTP) affinché potessimo pagare una pensione fuori mercato a tutti i sessantenni e acciocché si assumesse un paramedico o un parascolastico in più, magari un qualche consulente amico della parrocchia circostante. Poi Wall Street si è incartata nella bancarotta e ha smesso di finanziarci. Adesso crediamo di essere più poveri quando in realtà prima eravamo dei finti ricchi.

Se gli indignados non mostreranno una qualche forma di inteligencia nella comprensione dei meccanismi economici della Società, se non capiscono che quel debito invece “è proprio tutto nostro” e semmai se la devono prendere con il nonno e con il padre che hanno in casa e non con Francoforte, anche questa manifestazione si sarà rivelata inutile. Di sicuro i ricchi globali, il fascismo, la finanza internazionale possono permettersi un sabato a piedi dentro la linea rossa e un filo di sudore freddo in più non li sradicherà dalle loro tolde.

E’ sempre più difficile fare le rivoluzioni non solo perché ci conosciamo tutti, ma anche perché tutti in casa abbiamo un nonno pensionato, un portantino d’ infermerìa o un bidello, magari un cugino che ha un bar o una cugina che tiene un negozio di parrucchiera, frodando il fisco.

Indignados, cercate di capire chi vi ha fregato davvero. E tornate a studiare su come si crea la ricchezza in un mondo globalizzato e perché si distribuisce così male.

Draghi è l’ultimo dei vostri nemici.

 


8 commenti a “Gli indignados del sabato pomeriggio”

  1. La rivoluzione con comodo « Schopenauer scrive:

    [...] Landi coglie alcuni aspetti rilevanti della natura “pantofolosa” e scontata di molte delle [...]

  2. pregasi_toccare scrive:

    quoto. parecchio

  3. Cattivo Maestro scrive:

    Distinguere nell’analisi la crisi del debito sovrano in funzione degli stati nazione (stati uniti-germania-inghilterra vs grecia-spagna-italia) significa da un lato non aver chiaro che nel mondo globalizzato i confini geografici sono trasparenti ai flussi di capitale, e dall’altro , e questo avvalora le ragioni dei protestanti della triade sfigata, che anche nel contesto di un’amministrazione non corrotta e ultraliberizzata, lo stato sarebbe COMUNQUE uno stato di crisi.

  4. El scrive:

    Riguardo a Tokyo, la sciocchezza la dice l’autore dell’articolo.

    A livello sociale, già la realizzazione di una manifestazione con qualche centinaio di protestanti è un successo in Giappone. Sono pochissimi coloro che scendono in piazza, qualsiasi sia il terreno di discussione. E’ semplicemente fuori dalla forma mentis giapponese.

  5. Chiara scrive:

    Caro Landi, non la conosco, e ringrazio il cielo, perché la sua spocchia paternalista è l’ultima cosa di cui la mia generazione ha bisogno. A leggerla mi ha ricordato quelle persone che vogliono fare le simpatiche, le ironiche, ma non avendone la capacità si ritrovano attorniate da lacché, o amici più o meno compassionevoli, che le plaudono per non deluderle.
    Lei elenca percentuali che dovrebbero, un po’ mi fa tenerezza la sua strenua difesa del mercato, rovesciare quanto chi protesta sostiene, disinnescare il valore, soprattutto simbolico, di quel 1%vs99%.
    Peccato che Gallino, immagino dal suo punto di vista persona di nessun spessore, usi una percentuale simile, anzi la riduce allo 0,15 % della popolazione mondiale, nel suo “Finanzcapitalismo” o che, in “Poveri, noi”, Marco Revelli elenchi una serie di dati che vanno a enucleare le ragione della scarsa crescita e dello scarso livello di innovazione che connotano la produttività in Italia.
    Peccato che, da diversi anni, fior fior di sociologi stiano mettendo in guardia sulla deriva culturale-sociale che il finanzcapitlaismo (che per lei non esiste) comporta : da “l’uomo flessibile” di richard senneth, alla società del rischio di ulrich beck (pensi questo beck ha osato addirittura parlre di reddito di cittadinanza del 2004, un vero affronto per lei, nevvero?) per non parlare di molti saggi di Baumann.
    Veda, caro Landi, io sono una di quelle persone che lei ridicolizza dicendo che scendono in piazza il sabato come per una scampagnata, cambiando nome ogni volta. Ché tanto basta mettere un like su Facebook e, se ci tira, andare anche in piazza (lo sa che il pullman da Milano costava, a seconda di chi organizzava, dai 20 a 35 euri? Lo sa che, per un precario, 35 euri possono essere l’equivalente di una giornata lavorativa?)
    Se lo faccio non è certo per noia, ma perché non c’è una fottuta classe politica in grado di rappresentarmi. E se lei un esponente la classe economica/produttiva/dirigente di questo paese (dato il tono del post mi pare che si reputi tale), son messa anche peggio.
    Si attacca a frasi come “questo debito non è nostro” per darci degli inogranti caproni che non sanno di quel che parlano, non so se ridere o piangere. A me pare che ci si “accanisca” su paesi che sono PIGS, per certo per l’elevato debito pubblico, ma anche per la scarsa finanziarizzazione della loro economia cosa che, per assurdo, ha fatto sì che l’Italia, dove elevato è il risparmio, scarso l’indebitamento procapite e la famiglia è l’ammortizzatore sociale, la crisi abbia avuto effetti meno “evidenti”.
    Lei che blatera tanto sul fatto che il mio futuro me l’avrebbe rubato la pensione di mio padre non pensa mai che è grazie alla pensione di mio padre se non sono in mezzo a una strada? Se lavoro, e la mia paga oraria è di meno di 6 euri l’ora, è colpa del rottoinculo di architetto che non riconosce la mia professionalità e mi paga meno di quella che gli pulisce lo studio o è colpa di mio papà che si è respirato l’amianto in porto per darmi la possibilità di laurermi e, ora continuando ad aiutarmi, di illudermi di avere una vita mia?
    Ma voi benpensanti sapete di cosa parlate quando mettete in moto il cervello o vivete nell’orizzonte comodo della vostra vita e tanti saluti al resto del mondo?

  6. Jonkind scrive:

    Gentile Chiara,

    lei dice che ci si accanisce contro i PIGS, che in Italia la crisi non ha avuto effetti evidenti, quindi di cosa ci si lamenta? Dove sono i denari che mancano ai suoi 6 euro l’ora? Chi ha stabilito di quanti architetti ci fosse bisogno in Italia? Chi l’ha detto che l’architetto, come chiunque altro, debba avere un reddito garantito? I soldi che vanno a suo padre sono soldi che non vanno agli investimenti e al reddito dei giovani, in più suo padre ha probabilmente un rendimento della pensione doppio rispetto a quello che avrà lei. Non si discute qui il diritto alla pensione in cambio di contributi versati regolarmente (non sempre è così?) ma lo spiazzamento che soldi distribuiti alla classe più anziana finiscono per creare alle generazioni più giovani

  7. Chiara scrive:

    Veramente l’”accanisca” riferito ai PIGS e l’”evidente” riferito all’intensità della crisi in Italia sono tra virgolette. Forse è un mio errato modo di utilizzare le suddette, ma il mettere quei due termini tra virgolette era un avvertimento del tipo: attenzione, c’è una semplificazione in atto. In effetti mi interessava sottolinere il fatto che l’elemento comune ai PIGS è la scarsa finanziarizzazione e, nel caso dell’Italia, lo scarso indebitamento procapite rispetto ad altre nazioni e come questo abbia fatto sì che la crisi in Italia ricordi più un’onda lunga che una mareggiata, tanto che ora ci si trova con l’acqua alla gola senza aver avuto l’impressione di aver incontrato una tempesta.

    Rispetto ai denari che mancano ai miei 6 euri l’ora ci sono diverse motivazioni: primi fra tutti che ci sono molte persone disposte a lavorare per un compenso irrisorio (che mi soddisfa in parte…credo ci siano più persone disposte a fare pulizie che architetti, eppure loro riescono a spuntare una paga oraria migliore mi chiedo se non sia perché hanno una forma contrattuale che le tutela); in secondo luogo che un collaboratore non è visto come un arricchimento ma come un costo che deve esser contenuto il più possibile; poi c’è il piccolo particolare che gli stage non sono normati per cui gli studi possono ottenere a ciclo continuo collaboratori qualificati a titolo gratuito. In ultima aggiungerei la scarsa responsabilità imprenditoriale di molti appartenenti alla categoria, più interessati a mantenere uno standard di vita economicamente ben definito piuttosto che investire e portare qualità al territorio/città in cui vivono.
    Non credo che un architetto debba avere un reddito garantito. Ma che debba esser pagato, in quanto collaboratore dipendente, almeno come un addetto alle pulizie e magari non in partita iva.

    Nella lotta tra generazioni non ho assolutamente voglia di entrare, anche se penso che sia più negativo, e meritevole di biasimo, chi accetta di fare il mio lavoro gratis perché è giovane piuttosto che l’anziano che vive con la pensione. Ma, ribadisco, mi rifiuto di entrare in questo meccanismo perverso e uterino di imputare a generazioni precedenti o successive la mia sorte attuale. Sono falsi problemi, falsi obiettivi e offenderei la materia grigia che mi porto a spasso da un po’ di anni.

    Mi rendo conto che i nostri punti di partenza sono diversi, lei considera le persone risorse umane, numeri in percentuale da tarare rispetto a domanda e offerta. Non c’è niente di male, sia chiaro. Solo che mi fa sorridere pensare al fatto che quando nel blocco comunista c’era la programmazione per l’accesso agli studi universitari (tot ingegneri, tot farmacisti, etc.) qui da noi, nel libero occidente, si diceva che questa programmazione era il simbolo dell’illiberalità di quel sistema. Ed ora che lo spauracchio è andato, ecco che ci vien detto “belli scemi! perché prima di iscrivervi all’università non vi siete informati sullo stato di domanda e offerta?” ci si sente un po’ presi per i fondelli, sa com’è!:-)

    Ma vero è che ho l’arroganza di pensare con la mia testa ed ho un’idea ben peggiore: credo che qualsiasi essere umano abbia diritto ad un reddito di cittadinanza, che non è un sussidio di disoccupazione, ma un articolato insieme di denaro, servizi, etc. Dubito che lei possa approvare o considerarlo minimamente realizzabile, francamente mi preoccuperei se fosse il contrario.

    Quanto alle pensioni: ho l’impressione che se si intaccasse l’enorme differenza che sussiste nella ridistribuzione dei profitti le pensioni non sarebbero un problema così urgente e penso anche che l’aver massicciamente optato per il sistema contributivo serva ad alimentare il sistema finanziario del creare ricchezza (di cui ho avuto conferma sempre da Gallino, un capitolo molto interessante del suo libro, in cui si evince come un lavoratore dipendente dovrebbe, per garantirsi il posto di lavoro, rifiutare le ristrutturazioni aziendali ma per garantirsi la pensione, dato che il tfr è investito in fondi, accettare il suo licenziamento).

    Sono gli effetti del neo-liberismo, suddividere il mondo in poche persone molto ricche (l’ammontare di spesa per i beni di lusso è aumentata in questi anni di crisi) e molte persone, qualificate e non, ridotte nella condizione di working-poor a cui dare un po’ di ossigeno ogni tanto. E si ammanta tutto questo con discorsi come il merito e tutte queste belle cosine, sorvolando sul fatto che la situazione è tale per cui i posti a disposizione saranno sempre inferiori, e di molto, al numero di persone meritevoli di ottenerli (l’effetto collo di bottiglia).

    In ultima, sebbene non penso di avere chissà che conoscenze, credo di aver argomentato a sufficienza quanto meno per dimostrare che i giovani indignados non è che parlano, o pensano, per slogan. Si dà il caso che qualche libro lo leggano, anobii mi dice che fino ad oggi, per il solo 2011, ne ho letti 47; mi capita anche di leggere due quotidiani al giorno (quando ho tempo) e poi vado anche a teatro, c’è uno spettacolo di Sarti, glielo consiglio tanto, si intitola Chicago Boys. Se ne faccia una ragione, ci sono persone per cui il mondo è anche qualcosa in più del Sole24ore.

  8. Ferkin scrive:

    Immagino che la risposta all’ultimo commento di Chiara la stai preparando, mi veniva da darti del lei ma ormai tutti i commenti li ho scritti così. A me sembra che abbia argomentato bene alcuni punti e speravo in una risposta.

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