Nessuna pietà per i buoni pasto
“C’è questo distributore, in Veneto, che è famoso perché le puttane accettano i buoni pasto”.
Qualche anno fa, quando facevo il consulente d’impresa, uno dei miei clienti era una nota ditta di gestione di buoni pasto aziendali e l’aneddoto del distributore veneto, raccontato direttamente dall’amministratore delegato durante una riunione per la presentazione del business plan strategico, serviva a ingigantire, con un anticipo di realtà aumentata rispetto ai tempi, uno dei problemi che affliggono l’industria della gestione del sostituto mensa: il fatto che il buono pasto viene in usato massicciamente in maniera impropria dai lavoratori, fuori dall’orario e dai giorni previsti, non tanto presso le pompe di benzina (forse quella del Veneto era solo una leggenda metropolitana) ma presso i supermercati per l’acquisto di alimentari non freschi: io e il mio team di consulenti avremmo dovuto proporre soluzioni per risolvere quel problema (e altri, tipo la riduzione dei costi del ciclo di produzione e smaltimento cartaceo) attraverso l’introduzione del buono pasto elettronico, con piena tracciabilità dell’utilizzo del ticket.
Non fu quella del distributore di benzina l’unica stranezza di quella riunione che cadeva l’11 settembre 2001. Nel tardo pomeriggio un dipendente entrò trafelato annunciando: “13 arei di linea sono stati fatti precipitare a Manhattan, è un atto di guerra”. A noi che stavamo a bocca aperta il boss dell’azienda indirizzò una sua prima ipotesi politico-militare: “mi sa che siete voi che portate sfiga”. Non so se fosse colpa mia – non mi sono mai seriamente concentrato su quell’accusa a freddo – in ogni caso quell’inaspettata tragedia fu liberatoria per entrambe le parti in campo in quella riunione: la mia azienda aveva presentato il proprio lavoro con una proposta di investimento in un progetto di buono pasto elettronico che prevedeva l’esborso di 150 milioni di euro in 5 anni (questa era la nostra posizione ufficiale, quella mia personale, che non rivelai, la dirò in fondo a post) mentre il loro management, già pentito di aver commissionato uno studio a pagamento sulla questione, svelava una posizione di principio piuttosto chiara: “noi in realtà volevamo innovare senza investire nulla, serve qualcun altro che paghi per la rete nazionale”. L’attacco alle Torri Gemelle forniva a entrambe le parti la scusa per aspettare e uscire da quel progetto irrealizzabile con l’onore della coerenza.
Il buono pasto è sostanzialmente un servizio inutile, prodotto inefficiente di un misto di mercato e regolamentazione sindacale. Inventato come tagliando sostitutivo del servizio mensa interno, è diventato una specie di moneta parallela per il pagamento di pasti pronti nei locali convenzionati, in concorrenza con il denaro contante, il bancomat e la carta di credito. Questa moneta parallela presenta dei vantaggi per i lavoratori che stanno nella non tassabilità in busta paga e nella possibilità (impropria) di usare questa moneta al di fuori del circuito previsto (nei supermercati, come detto). Il sistema dei buoni presenta dei vantaggi rilevanti anche per le grandi aziende, perché le società fornitrici del ticket sono disposte a fare sconti sostanziosi per ottenere grandi commesse, sconti che nei casi di giganti come Telecom Italia, Enel ed Eni arrivano a toccare il 15-20% del valore facciale del buono (un buono da 6 euro viene pagato fino a meno di 5 euro). A perderci sono gli esercenti commerciali (bar e ristoranti) ai quali vengono chiesti dalle società di gestione sconti sempre più forti, per permettere di recuperare gli equivalenti sconti alle grandi aziende e chiudere l’anno in utile.
La dinamica concorrenziale è ovvia. Le società di gestione non hanno nessuna possibilità di differenziare il servizio se non facendo sconti ai committenti, e più società di buoni pasto entrano nel mercato (ci entrano anche facilmente perché è uno dei pochi casi di industry dove prima incassi poi paghi e quindi non devi nemmeno indebitarti per partire) più queste società punteranno a gare al ribasso sui grandi fornitori cercando poi di recuperare le perdite commerciali sui fornitori dei pasti, cioè gli esercenti, i quali tolleravano il taglio al rimborso del buono fino a quando la vetrofania del ticket portava a loro nuovi clienti transfughi dalle mense e dal bar di fronte, che non accettava il buono. Ma ormai che il ticket è universale, ora che lo accettano tutti, per l’esercente è un taglio netto di reddito senza alcun vantaggio di marketing.
Ma la corda pare che sia stata tirata troppo, e il business dei buoni pasto sta collassando per la legge marxiana della caduta del saggio di profitto in un’industria che produce una cosiddetta commodity, un bene che si distingue da quello prodotto da un’altra azienda solo per la convenienza del prezzo e per il colore della carta.
In questa caduta l’industria del ticket sta combinando un casino macroeconomico, trasferendo ricchezza dai piccoli commercianti (gli esercenti) alle grandi aziende con migliaia di dipendenti. E mi pare di poter dire che l’ultima cosa che serve, in questo Paese, in questa fase storica, è un trasferimento di ricchezza dai lavoratori autonomi agli azionisti di grandi imprese. L’effetto complessivo non può che essere una depressione dei consumi attraverso una cattiva distribuzione del reddito. Aggiungiamo poi che nessun teorico della concorrenza tra i servizi di pagamento, nessun teorico austriaco della moneta direbbe che il buono pasto è una moneta da far prosperare in alternativa alle altre: è costosa e inefficiente. Punto. Ci sono già le banche centrali che stampano moneta, già tante banche commerciali che la gesticono. Abbiamo già deciso di avere una moneta unica in Europa, che senso ha far prosperare 20 tipi diversi di ticket restaurant?
Sul Corriere di oggi il Presidente di Federdistribuzione afferma che esistono due soluzioni per uscire dall’impasse: “o si ritorna a un utilizzo corretto del buono pasto dove la commissione complessiva a carico dell’esercente, come in Francia, è del 3% e quindi assorbibile dall’operatore, oppure si affronta il tema alla radice e si verifica se il servizio di sostituzione della mensa non possa cambiare radicalmente forma. Ad esempio e un po’ provocatoriamente, perché non mettere il valore dei buoni pasto in busta paga, mantenendo la detassazione per i primi 5,29 euro?”.
Quella che Cobolli Gigli definisce provocatoria è in realtà l’unica soluzione del rebus e anche la risposta che volevo dare all’amministratore delegato della società che mi aveva commissionato il business plan sul buono pasto elettronico, pochi minuti dopo essere stato accusato di mandante occulto dell’attacco di Al Qaeda a New York: “porteremo sfiga, ma almeno non gestiamo un business senza futuro”. L’eliminazione tout-court del buono pasto può essere un’idea appena provocatoria giusto in un mercato corporativo come quello italiano, ma è una deduzione ovvia per qualunque mercato che funzioni con un minimo di raziocinio: la soluzione è cancellare il buono pasto cartaceo introducendo una deduzione fiscale in busta paga per l’equivalente del pasto-base, oggi a 5,29 euro, deciso ogni anno con una rivalutazione inflazione Istat. Così il lavoratore potrà pagare i suoi pasti con banconote, bancomat e carta di credito, senza portarsi dietro un blocco di foglietti in più, mantenendo gli stessi benefici in termine di potere d’acquisto.
La riforma comporterebbe maggiori costi per le grandi imprese, ma sopportabili. Causerebbe anche la sparizione delle società di buoni pasto ma si tratta di un’industria piuttosto piccola per non pensare a una ricollocazione degli addetti sul mercato. I ristoratori recupererebbero reddito in una fase di difficile congiuntura economica, anche se il buono pasto (è l’unica remora che mi rimane) è almeno utile per tracciare le transazioni ai fini fiscali (tramite la fattura di rimborso mensile dal ristoratore al gestore) per cui c’è il rischio potenziale di un’impennata del nero su un mercato di 2,5 miliardi euro l’anno.
Per una volta tanto però avremmo una riforma economica in cui i lavoratori dipendenti non ci rimetterebbero un euro, anzi, verrebbe loro garantita, a parità di potere d’acquisto, la spendibilità universale del servizio sostitutivo di mensa, la possibilità di riceverlo in euro di valuta corrente, assieme allo stipendio, senza che si debba aver timore di mostrare il proprio buono fac-simile del denaro alla cassa di supermercato.
Sono anche sicuro, poi, che anche le prostitute di quel distributore veneto saprebbero far fronte alle novità, magari attrezzandosi con la carta di credito, o almeno una prepagata.


7 maggio 2011 at 18:47
Io penso che prima di tutto andrebbe elevato l’importo: mangiare decentemente con 5,29 Euro in grandi città è un’illusione. Inoltre, le aziende di certe dimensioni dovrebbero avere l’obbligo di erogare un servizio mensa, i ticket sono una buona scusa per risparmiare. Infine: una bella tessera magnetica a scalare no, eh?