Però, però, però
Ogni volta che leggo un’intervista a Giulio Tremonti capisco di quanto il Ministero dell’Economia sia troppo stretto per lui. Ma che dico l’Economia: l’Italia, L’Europa, il mondo sono realtà troppo strette per il politico più emergente che ci sia, amato sia dal PDL che dalla Lega; il “nostro ministro più colto”, per usare le parole rispettose del direttore del Sole 24 Ore, Gianni Riotta.
Nell’intervista a Repubblica di oggi Giulio ci tiene anzitutto a spegnere l’allarme: “l’emergenza è finita”, dice, ironizzando sui soliti corvi che si aspettavano ancora una volta il tracollo estivo dell’Italia. “Non ci sarà bisogno di una manovra correttiva.” I nostri titoli del debito pubblico vengono acquistati dal mercato a bassi rendimenti, quindi possiamo rinnovare (e ampliare) il nostro debito pubblico. Senza correre il rischio della Grecia.
Il tono dell’intervista, al solito, è alto, talmente alto e ispirato che a volte pensi che il naturale benchmark di Tremonti non siano i Wolfgang Schaeuble o le Christine Lagarde, ma come minimo il “Great Design” di Stephen Hawking. Grandi e possenti forze in azione nello spazio-tempo della politica e dell’Economia. Una fiducia laica in una sorta di accomodamento intelligente e spontaneo, la forza della diagnosi, l’inellutabilità (e irrilevanza?) delle conseguenze. Chi fa cosa? Non importa. Brains are at work, please don’t disturb.
Va tutto bene, insomma. Andiamo meglio degli altri (quali non si sa), l’Italia ce la farà. E secondo Tremonti questo è il momento di rimettere in piedi il cantiere delle riforme, stoppato dall’emergenza finanziaria prima dei subprime americani e poi della Grecia. Riforma del coordinamento europeo, con ariose traiettorie di collegamento con tutti e 27 i paesi europei, condividendo le politiche economiche con gli stessi paesi con i quali abbiamo conflitti di interesse (il fisco e le esportazioni, ad esempio); SCP, NRP, Twenty twenty, Patto di stabilità, creazione di Kombinat, processo telematico anti faldoni, tante nuove parole per infiorettare gli affreschi della politica europea e creare la punch line di fine articolo con l’Italia rappresentata dalla Torre di Babele di Bruegel il vecchio.
Va tutto bene, nel sistema economico italiano. Però è anche vero, Tremonti ammette, che bisogna creare una politica industriale; però bisogna rifare la contrattazione collettiva alla tedesca; però bisogna competere come i tedeschi; però bisogna riattivare la ricerca; però serve un federalismo fiscale efficiente; però bisogna rimettere in piedi il nucleare; però bisogna abbattere le regole burocratiche che soffocano l’impresa; però bisogna fare finalmente quella riforma fiscale che a quanto pare ci è stata impedita dalla crisi greca (quindi siamo come la Grecia, altrimenti potevamo farla).
Ci sono troppi però nella raffigurazione idilliaca del nostro ministro dell’Economia. Sono tutte cose difficili da realizzare, in meno di dieci anni, per alcune di queste non abbiamo alcuna speranza. Quindi le cose non vanno bene affatto, forse il nostro non sarà uno scoppio di una bolla di sapone ma un impoverimento progressivo, proprio perché tutte queste cose non sono state fatte – o fatte male – negli ultimi anni.
Where have you been, honey, in all those years?
