Let Obama be Obama
Alla vigilia delle elezioni di metà mandato per il rinnovo del Congresso (che si terranno a Novembre) il Partito Democratico americano rischia un fiasco colossale, almeno per chi lega il possibile risultato elettorale alla caduta del consenso popolare del Presidente Obama, oggi precipitato al 40%. Una vittoria schiacciante dei Repubblicani alle elezioni manderebbe in minoranza i Democratici al Congresso, portando a una coabitazione ostile con l’Amministrazione fino alle nuove presidenziali, nel 2012, mettendo di fatto la camicia di forza alla Casa Bianca.
Cosa non sta funzionando nella Presidenza Obama? Le due riforme storiche andate in porto nei mesi scorsi, quella Sanitaria e quella Finanziaria, non sembrano aver impressionato più di tanto l’opinione pubblica, due successi di Forma ma di dubbia Sostanza. Delle due la prima è stata quella più difficoltosa e falcidiata dai compromessi; il fatto che dal 2014 “tutti gli americani avranno una polizza sanitaria” è una bottom line che può strappare applausi dal palco ma il dubbio è che sia inefficace nella realtà (un’assicurazione obbligatoria spinge i prezzi al rialzo e potrebbe gonfiare ulteriormente i costi della sanità USA) e nella percezione degli elettori, molti dei quali, a mio avviso, non l’hanno nemmeno capita. La seconda riforma, quella Finanziaria, ha decisamente aggredito alcuni nodi chiave dei comportamenti opportunistici che hanno portato alla grande crisi del 2008 e ha limitato in maniera corretta l’operare delle banche commerciali. Ma è una riforma senza ricadute elettorali perché solo l’elettorato più sofisticato è in grado di riconoscerne i benefici: non ci sono sanzioni immediate ai banchieri di Wall Street, che non vengono impiumati ed esposti alla gogna. Quindi pochi voti nell’urna.
C’è poi il dramma della disoccupazione, stabilmente al 10%. Da quando è Presidente Obama ha avviato un gran programma di lavori pubblici, l’American Recovery and Reinvestment Act, ha salvato dal fallimento la General Motors e la Chrysler, ha sussidiato l’acquisto di case in un mercato immobiliare che continua a languire. Tutto questo denaro pubblico ha tamponato l’emorragia ma non ha invertito la tendenza, il settore privato è troppo debole (soprattutto nel manifatturiero) e lo spiazzamento del lavoro americano a favore del lavoro off-shore sembra permanente. Certi impieghi pubblici poi sono di corto respiro (ad esempio le persone recrutate per il censimento); la soluzione pubblica, in presenza di un deficit mostruoso del Bilancio, non sembra sostenibile per far uscire gli USA dalla stagnazione.
Infine il tema ambientale, un altro pezzo del change Obamiano che sembra non ingranare. Il disastro della BP deve aver distratto l’opinione pubblica dalla faticosa transizione degli Stati Uniti alla Green Economy. L’approvazione del Clean Energy Jobs and American Power Act doveva servire a dare lo scossone finale ai dubbi sull’approccio “à la Kyoto” nella riduzione dei gas-serra. Invece il Senato Americano ha stoppato il previsto taglio-obiettivo del 17% alle emissioni di CO2, chissà per quanto. Crisi economica e riduzione del Global Warming sembrano due topics incompatibili, almeno per ora.
Da quando è stata eletto Obama ha messo in campo molta energia, riuscendo a strappare risultati legislativi storici in un contesto da The Day After. Ma per ottenere risultati rapidi ha dovuto accettare molti compromessi e soprattutto ha dovuto far ricorso all’anima centrista dell’elettorato, alla ricerca di soluzioni condivise. Il radicalismo della campagna elettorale si è come spesso accade scontrato con il pragmatismo del governing, un uso del buon senso che ha però annacquato gli entusiasmi del Big Change elettorale.
Era l’unico approdo possibile, realisticamente? Per il momento il depotenziamento rivoluzionario e lo spostamento al centro sembrano aver depresso i suoi elettori e galvanizzato i suoi nemici, che sulla riforma sanitaria incerta e sulla disoccupazione possono continuare a picchiar duro con la propaganda pur essendo tra i coautori del Disastro di Inizio Secolo americano per le scelte sbagliate, sbagliatissime, dell’Amministrazione Bush.
Su tutto si innesta il contrasto eterno della politica fiscale. A breve scadranno i tagli fiscali dell’Amministrazione Bush e i Democratici vorrebbero mantenerli solo per la middle class, aumentando di fatto la tassazione sopra i redditi da 250mila dollari. Aumentare le tasse, anche di 1 $, sotto elezioni, è da sempre considerato un cappio al collo per chi le propone.
Per Obama il bivio è ovvio: rivendicare i risultati concreti ottenuti facendo ricorso al sua carisma e alla fiducia nel Sogno Americano di lungo termine. Oppure schiacciare l’accelleratore e girare lo sterzo a Sinistra, tornando a infiammare la base più liberal del suo elettorato, quella che ha contribuito maggiormente al suo trionfo elettorale. Anche a rischio di ampliare la frattura con i Repubblicani e con l’elettore moderato.
Delle due strade, mi pare che Il New York Times preferisca decisamente la seconda.
(nella foto Barack Obama, che indica a Sinistra per chi guarda)

