La favola del debito privato
Ho già scritto di non essere molto convinto della maggior rilevanza, nel giudicare la solvibilità di un Paese, dell’ammontare di debito aggregato (debito pubblico + debito delle famiglie private) piuttosto che del solo debito statale.
Il fatto che le famiglie abbiano patrimonio e risparmio privato positivo è certamente un indicatore teorico di solvibilità di lungo termine, ma bisogna ipotizzare che l’amministrazione pubblica sia realmente in grado di aumentare la pressione fiscale su tale risparmio. Non è mica detto che ciò che vale in teoria valga anche in pratica, che in caso di rischio di default imminente il governo sia in grado di mettere le mani nel risparmio dei privati per far quadrare i conti. Che sia in grado soprattutto di farlo rapidamente, massicciamente, senza creare scompensi sociali addirittura peggiori di una bancarotta sui bond.
La tabella pubblicata dal Sole 24 ore di ieri non fa che confermare i miei dubbi: se prendiamo il caso della Grecia, in presenza di un debito pubblico simile a quello dell’Italia abbiamo valori del debito delle aziende e dei risparmiatori piuttosto contenuto. Eppure questo non impedisce che la Grecia e l’Europa con lei stiano vivendo ore drammatiche, con rischi di stabilità per l’intera Europa dell’Euro.
Debito pubblico elevato e debito privato contenuto sembrano una costante in paesi che hanno elevati tassi di evasione fiscale e la tendenza dei governi a usare la spesa pubblica per motivi clientelari, con trasferimento ulteriore di ricchezza dal pubblico al privato. E’ stato così per l’Argentina nella crisi dei Tango-bond. E’ così per la Grecia. Potrebbe esserlo anche per l’Italia?
In caso di crisi gravissime sarei più rassicurato da sistemi in grado di ridurre velocemente l’evasione fiscale e tassare il patrimonio senza perdere la coesione sociale. Se così non fosse il paese in bancarotta potrebbe avere la tentazione di non rimborsare il debito, piuttosto che di mettere le mani nelle tasche dei cittadini. Così è stato per l’Argentina. Sembra così per la Grecia dove le misure di austerity non sembrano puntare ai patrimoni e al risparmio quanto ai redditi e ai consumi. Quanto, in un regime di libera circolazione dei capitali, si possono tenere i soldi dei privati dentro un paese evitando la fuga in altri paesi o paradisi fiscali?
Insomma, l’indicatore di debito privato mi sembra decisivo in paesi con sistemi fiscali collaudati e condivisi. Altrimenti è un indicatore facoltativo.
Giuliano Amato, dovendo trovare un centinaio di miliardi di lire per evitare il disastro, nel 1992 fece un blitz con prelievo nei conti correnti bancari degli italiani, nottetempo.
Una porcata, senza dubbio. Ma fu comunque costretto a restituirli nel tempo.
E il debito pubblico continuò a crescere.
