La fine della politica europea (prima ancora di cominciare)
La politica occidentale moderna nacque ad Atene attorno al V secolo a.C. ma non sembra aver fatto molti progressi da allora.
Dell’Unione Europea si dice da tempo che è un’idea puramente economica e non politica, un mercato comune con una moneta unica ma senz’anima, senza capacità di esprimere un sistema coerente di decisioni politiche E’ vero, è così, anche perché questo è stato, fin dall’inizio, il progetto realistico dei suoi fondatori che evidentemente ammiravano la globalizzazione commerciale del Rinascimento più delle imprese a cavallo di Napoleone. L’idea alla base dell’Unione è che l’uomo politico si crei una volta creato l’uomo economico, che solo attraverso lo scambio di merci, servizi e forza lavoro e dopo consuetudini di decenni si decida di mettere in comune anche la gestione del potere.
Un’idea chiara al momento del Trattato di Roma nel 1957, ancora più chiara al momento del Trattato di Maastricht nel 1989 che disegnava l’architettura dell’Euro. Già da Maastricht era chiaro l’obiettivo per i ministri europei delle finanze che volessero partecipare alla moneta unica poi introdotta nel 2002: il tasso di cambio tra paesi sarebbe stato eliminato, la politica monetaria delegata a un’unica banca centrale europea. In questo modo non sarebbero più state possibili svalutazione della moneta locale (eliminata per definizione) e nemmeno il surriscaldamento inflazionistico o da debito pubblico che prima o poi si sarebbe scaricato sul peggioramento delle condizioni di scambio fra paesi dell’Unione.
In ogni caso, piacesse o no alla classe politica e ai teorici delle patrie l’idea costruita a tavolino dai teorici dell’Unione Monetaria, il messaggio implicito all’accettazione dell’Euro era chiaro: “fate i compiti a casa”, come si dice oggi indirizzandosi ai greci e agli spagnoli: in assenza della della valuta nazionale i politici degli stati dell’Unione potevano usare solo la politica fiscale, che doveva servire a far rientrare gli squilibri interni, creando una situazione omogenea tra le economie interne all’Unione, che avrebbero dovuto in prospettiva somigliarsi molto più di quanto non fosse nel 1989. E ovviamente il modello era quello tedesco, non perché la Germania abbia necessariamente imposto un’idea imperiale di sé all’interno dell’Europa, ma semplicemente perché il modello più sostenibile, il quadrato con tutti i lati uguali, quello più virtuoso.
Bene, li hanno fatti i compiti a casa i paesi europei? Soprattutto quelli periferici? La Grecia, il Portogallo, l’Irlanda, ma anche la Spagna e l’Italia? No, i compiti a casa non li hanno fatti: i deficit pubblici sono aumentati, il costo del lavoro anche (di parecchio rispetto alla Germania) e la produttività del lavoro è rimasta stagnante, non sono state fatte riforme del mercato del lavoro, il fisco è rimasto iniquo, inesistente sui patrimoni e schiacciante sulle attività lavorative, fiaccando la dinamicità e la mobilità sociale delle generazioni più giovani; ora gli squilibri interni tra paesi – complice la crisi finanziaria globale -stanno facendo saltare questi paesi come tappi di champagne dell’ultimo party del millennio.
Se i fondatori dell’euro diffidavano della politica credendo che questa si sarebbe disciplinata solamente grazie alla loro idea della moneta unica in mezzo agli stati beh, adesso dovranno fidarsi ancora meno nella politica, oppure nella capacità della loro idea di cambiare le cose. Resta da vedere se almeno la politica che così delude nella gestione ordinaria dia almeno miglior prova di sé negli episodi straordinari, quando c’è da gestire il panico: quando si rischia la catastrofe economica riuscirà la politica di grande respiro ad emergere la sua maggiore credibilità e la sua capacità di giudizio superiore?
Mi pare che il caso greco abbia dimostrato il contrario. La politica europea delle tante cancellerie, soprattutto a causa della schiavitù dalla componente elettorale di breve periodo (elezioni nazionali intervallate da regionali, comunali, financo condominiali) è perennemente ostacolata nel compiere azioni lungimiranti, peggio, è funzionale agli stessi interessi che vorrebbe schiacciare per far prevalere la volontà popolare. Lo scontro palese, nel caso del default greco, il duello che sta diventando frequente, quasi eterno, è quello tra politica della UE e la grande speculazione finanziaria, delle grandi banche d’affari e degli hedge fund.. Ebbene, fra i due duellanti a me pare – come già avvenne nella grande speculazione tra lira e sterlina all’inizio degli anni ’90 – che abbia vinto la speculazione, incassando profitti miliardari e lasciando la politica più o meno lì, dove l’aveva trovata, con qualche guaio in più.
La speculazione contro un debito sovrano o contro una valuta ha bisogno di un “momento iniziale della crisi”, di “un confuso intermezzo” arricchito da forme crescenti di panico globale e di “un momento finale della crisi”, quando tutto rientra nella normalità. Gli strumenti in mano agli speculatori sono le vendite allo scoperto (short selling) di titoli di Stato e derivati quali i Collateral Default Swap (CDS) cioè contratti di assicurazione contro un fallimento del debito sovrano. All’inizio della crisi sia i bond che i CDS valgono 100, la fase intermedia è quella che genera confusione e scetticismo, gli operatori sprovveduti cominciano a vendere i bond per paura che non verranno rimborsati oppure cominciano a comprare CDS per essere rimborsati in caso dello stesso fallimento. Più la crisi si allarga nel tempo, più il panico agisce sulla psiche degli operatori più i prezzi dei bond scenderanno e più i costi dei CDS saliranno all’impazzata. Fino a che, nel “momento finale della crisi”, un minuto prima che tutto rientri, i bond che valevano 100 varranno 50 mentre i CDS che valevano 100 varranno 500. E’ quello il momento in cui la grande speculazione fa i profitti, ricomprandosi a 50 i bond che aveva venduto a 100, vendendo a 500 i CDS che aveva comprato a 100. Per la speculazione è fondamentale che la crisi rientri, il default deve essere temuto ma preferibilmente non avverarsi, se ci fosse un vero default gli speculatori sarebbero costretti a ricomprarsi i bond a 0 ma senza poterli incassare, oppure potrebbero incassare i CDS dagli assicuratori che nel frattempo potrebbero semplicemente essere falliti loro stessi a causa del default (vedi il caso di AIG con i subprime americani che non poteva più ripagare i possessori di CDS sui mutui inesigibili).
Questo è lo schema di cui ha bisogno la speculazione, questo è lo schema che la politica europea gli ha servito su un piatto d’argento.
La crisi è cominciata alcuni mesi fa con i primi allarmi di falso in bilancio denunciato dal nuovo governo greco. La speculazione ha quindi incominciato a mettere in cascina le sue munizioni fatte di bond short selling e CDS. E sono state le stesse parole dei politici europei a garantirgli che avrebbero fatto soldi perché la crisi prima o poi sarebbe rientrata, oppure l’euro-armageddon: con l’intervento di Francia e Germania nelle persone delle loro maestà Sarkozy e Merkel che “di concerto” hanno speso la loro parola che la Grecia non sarebbe fallita e che l’Euro non poteva permetterselo. Il “confuso intermezzo” è cominciato subito dopo grazie all’agghiacciante esibizione del capo dell’Eurogruppo, lo sciapo belga Van Rompuy che in conferenza stampa riassicurava i mercati sul fatto che la Grecia non sarebbe fallita perché l’Europa sarebbe intervenuta; ma alla domanda sul come sarebbe intervenuta bofonchiava quella che paradossalmente era la parola d’ordine giusta per scatenare gli hedge fund: “non c’è alcun piano concreto perché non ce ne sarà bisogno.” Bum! Perfetto. Quello che serviva. L’incauta politica sperava che bastasse la parola a scoraggiare i mercati mentre gli speculatori sapevano che quello era solo l’inizio del confuso intermezzo. Sfruttando le perplessità di un mercato che doveva essere rassicurato ma che in realtà fiutava il rischio, gli speculatori si sono infilati in una piccola crepa, ingrandendola a forza di short selling e CDS. Il mercato guardando gli speculatori ha cominciato anch’esso a scappare dalla Grecia. I giornali guardando il mercato hanno cominciato a sparare prime pagine e aperture di telegiornali sul disastro annunciato. I politici guardando i giornali si sono confusi ancora di più, hanno mescolato rassicurazioni a marce indietro, spiazzati dal valore quasi nullo attribuito alle loro parole.
Ma non è che il mercato non abbia creduto ai politici solo per la mancanza di un piano concreto. C’era anche il problema delle scadenze elettorali tedesche, con le elezioni in alcuni Lander fissate per il 9 maggio mentre la prima scadenza dei bond greci in possibile default è fissata al 19 maggio. Gli elettori andavano confusi in tempo utile. La maggioranza dei tedeschi è contraria al salvataggio della Grecia che viene percepita come scorretta e opportunista, dato che la maggior parte del debito greco è in mani estere e segnatamente tedesca. Angela Merkel ha quindi dovuto fingere anch’essa di essere moderatamente contraria al salvataggio nel momento stesso in cui era moderatamente a favore. Un atteggiamento doppio, non tipicamente tedesco, che ha alimentato lo scetticismo della finanza e alimentato le cavalcate dei raiders. E non che si tratti di una vera dialettica tra volontà popolare e regole euro-tenocratiche. Non si tratta di vedere trionfare il volere del popolo tedesco contro il necessario e aritmetico bailout di Atene. Alla fine la volontà tedesca non prevarrà perché il piano di salvataggio si farà, senza chiedere davvero il parere del popolo. Vince la necessità che la Merkel mantenga la parola data all’inizio della crisi. Vince la necessità che la Merkel non faccia una figura di merda al pari di Sarkozy, Van Rompuy e ci mettiamo pure Trichet. Perché se la Grecia fallisce non cade l’Euro (questo è un argomento sopravvalutato e usato soprattutto come arma di ricatto dall’interno dell’Euro stesso) ma cade la credibilità politica di quei quattro lì messi in fila. Che non hanno saputo controllare, che non hanno saputo prevenire. Che non hanno saputo curare. Non fallirebbe l’Euro con la caduta della Grecia, ma i suoi difensori a oltranza, difensori di se stessi, attaccati a quella promessa in bianco fatta all’inizio del pasticcio.
Oggi siamo arrivati a un minuto prima del “momento finale della crisi”. Un pacchetto mostruoso di 110 miliardi in 3 anni di prestiti alla Grecia a tassi più o meno agevolati. I rimborsi dei titoli saranno salvi per le breve scadenze. I mercati si stanno calmando, non ci sarà default, almeno non subito. I bond greci dopo essere precipitati stanno tornando ai loro valori di partenza, e così i CDS. Gli speculatori incassano la differenza tra prezzi di vendita e acquisto incamerando profitti sottratti per lo più agli operatori di mercato meno preparati.
L’obiezione a questo post è ovvia e me la faccio da solo. Cosa sarebbe successo diversamente? Se l’Europa avesse lasciato la Grecia nelle mani del Fondo Monetario Internazionale come già avvenuto per altri paesi in passato, senza voler a tutti costi personalizzare la battaglia per paura di essere giudicati inadeguati, come classe politica, a difendere l’Euro? Cosa sarebbe successo se Angela Merkel avesse lasciato gli speculatori nel dubbio che la crisi poteva anche finire male e loro rimanere con il cerino acceso in mano? Sarebbero stati più prudenti? Ovviamente la risposta non ce l’ho. Di sicuro gli speculatori avrebbero guadagnato di meno e l’Euro non si sarebbe dissolto. Di queste due cose sono più che certo.
La politica europea è rimasta lì dove l’abbiamo lasciata, con qualche danno di credibilità in più. Cosa succederà quando il treno si fermerà nelle stazioni di Spagna e Italia?
Non sembra che abbiamo fatto grossi progressi, dal V secolo a.C.

5 maggio 2010 at 17:56
Quest’articolo è stata veramente una bellissima lettura. Io sono preoccupato soprattutto per il fatto che possa prima o poi venire allo scoperto una frode sul debito pubblico anche in Italia, in tal caso non c’e’ effettivamente il rischio che si arrivi ad un punto di rottura tra i paesi europei (date le dovute proporzioni tra Grecia e Italia). Spero sia solo una mia paranoia.
6 maggio 2010 at 12:16
I governi europei si sono spostati troppo in là con il debito e i comportamenti opportunistici. Niente ci garantisce che non ci siano anche problemi con l’Italia anche se ora si sta diffondendo un panico esagerato e bisogna stare attenti a giudicare e individuare i fatti e non i sentimenti negativi