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Oldies but Goldies

Pubblicato il 30 gennaio 2010

Un nuovo spettro si aggira per l’Europa. No, non è il comunismo, è l’anzianismo.
La tendenza dei governi europei, oberati di debito pubblico e sempre più a corto di giovani lavoratori, è a dir poco schizofrenica. Dato che questi problemi non potranno che far esplodere i deficit contributivi dei sistemi pensionistici, la brillante soluzione dei nostri governanti non è di ridurre i flussi complessivi in sbilancio (aka ridurre il valore delle pensioni attuali) bensì di modifcare i termini anagrafici del sistema, senza accorgersi di come questo crei un paradosso insostenibile nel tempo.
E’ notizia di oggi che la Spagna – probabile prossima fermata della crisi economica – per ridurre il rischio di bancarotta vorrebbe innalzare dal prossimo anno l’età pensionabile fino a 67 anni, 2 anni in più dell’Italia dove, a tendere, si andrà in pensione tutti a 65 anni. Un’idea del genere, se a prima vista sembra utile per tamponare il disastro dei conti pubblici non tiene conto dell’impatto sul mercato del lavoro e nemmeno dei paradigmi culturali della società dei consumi, sempre più puntati sul consumo dei giovani, in una corsa disperata verso il regresso adolescenziale. Impatto sul mercato del lavoro, perché mantenere al lavoro i sessantenni significa ingorgare il sistema dall’alto, con un tappo all’ingresso dei ventenni dal basso. Avere i sessantenni ai vertici di imprese e istituzioni significa inoltre sclerotizzare la società, rallentare l’inevitabile adattamento dell’economia ai mutamenti della società.
Che modello di riforma è, in una società consumistica, dove il quarantenne impiegato è considerato uno da buttare, imporre a tutti di lavorare fino a quasi settant’anni?
(nella foto il CdA di Google, nel 2030)


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