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Sabato 24 Ott 2009

Via Gradoli e le sedute di spirito di Romani Prodi (ma anche, Moro si poteva salvare se Cossiga aveva Google)

Via Gradoli e le sedute di spirito di Romani Prodi (ma anche, Moro si poteva salvare se Cossiga aveva Google)

Categoria: Contrail

Con la scandalo Marrazzo - il "trans gate" - è tornata clamorosamente alla ribalta una strada, Via Gradoli, tristemente nota per il sequestro Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Durante il sequestro, le BR avevano in quella via nella zona nord di Roma, una base logistica di primo piano (mentre Moro, fisicamente, era rinchiuso in Via Montalcini); da qui operavano molti brigatisti (Balzerani, Morucci, Faranda tra gli altri) ma soprattutto il loro capo, Mario Moretti, che aveva preso in affitto quell'appartamento nel 1975 sotto il falso nome di Mario Borghi e che lì andava a dormire la sera mentre faceva la spola con la prigione di Moro in via Montalcini.

La polizia si presenta in Via Gradoli per la prima volta il 18 marzo 1978, appena all'inizio del sequestro Moro, solo due giorni dopo la strage di Via Fani. I cinque poliziotti vi vengono inviati dalla Direzione Generale di Pubblica Sicurezza ma si limitano a bussare alla porta, andandosene dopo la mancata risposta degli inquilini. Il secondo episodio data 2 aprile 1978, la famosa seduta spiritica officiata da Romano Prodi nella campagna bolognese, a Zappolino, durante la quale alcuni commensali attorno a un tavolo invocano gli spiriti di Giorgio La Pira e Don Sturzo, facendo muovere un piattino su un tavolo alfabetico e ricavandone le parole: Gradoli, via Cassia, Viterbo, 6, 11. Prodi, solo dopo due giorni dalla rivelazione - i weekends sono sacri - riferisce l'informazione alla segreteria della DC, la quale la trasmette a sua volta al ministero dell'Interno che scatena, per risposta, perquisizioni a tappeto nel paesino di Gradoli (non la via) in provincia di Viterbo senza trovare nessuna traccia, ne di brigatisti, ne di Aldo Moro. A nessuno verrà in mente di perquisire Via Gradoli sulla Cassia (che tra l'altro sta al civico 96, interno 11) non ai dirigenti che avevano ordinato la perquisizione il 18 marzo e nemmeno al ministro dell'Interno, Cossiga, anche perché, spiega, la via non era nelle pagine gialle della capitale. Ultimo capitolo, il 18 aprile, il covo viene scoperto dai vigili del fuoco che intervengono su richiesta dell'inquilino sottostante per una perdita d'acqua che filtra attraverso il soffitto. Il motivo? E' stata lasciata aperta la pistola della doccia, che allaga il bagno del covo BR. Invece di tenere segreta la scoperta, dato che gli inquilini non sono ancora rientrati, la notizia viene diramata a giornali e TV ed è lo stesso Cossiga a telefonare alla Rai, a Sergio Zavoli, perché sia informato dell'accaduto. Di Moretti e compagnia nessuna traccia. Passeranno ancora 21 giorni prima che Aldo Moro venga ucciso, il 9 maggio 1978, dal commando dei brigatisti.

Un bel pasticcio. Altro che Marrazzo. A complicare il tutto emerse poi che quell'appartamento, affittato dal capo delle BR sotto falso nome, era di proprietà nientemento che dei servizi segreti italiani.

A parte quelli che credono alle sedute spiritiche e alle coincidenze, per tutti gli altri ci sono due spiegazioni per queste vicende intricate: 1) Prodi faceva parte, come Cossiga, di quel complotto interno alla DC che vedeva volentieri l'epilogo tragico della vicenda Moro e cercava in tutti i modi di tenere informati i brigatisti, in maniera indiretta, sull'andamento delle indagini, allarmandoli sul fatto che il loro covo fosse "bruciato" e perché cercassero di sfuggire alla cattura; 2) si tratterebbe di una colossale e maldestra pagliacciata all'italiana, con atteggiamenti ambigui e opportunisti dei politici, impreparazione delle procure e delle forze dell'ordine, devianze a destra e sinistra dei servizi segreti con messaggi che partivano con le migliori intenzioni ma si perdevano nel caos dei compartimenti stagni, nel doppiogiochismo delle intenzioni (l'informazione del covo arrivata a Prodi sarebbe partita nientemeno che dal KGB) con conseguenze comiche e grottesche.

Personalmente, dato il paese in cui vivo, sono portato a credere in egual misura a entrambe le ipotesi o a un mix delle due, a piacere.

Decisamente per la prima ipotesi propendeva invece uno smagliante Paolo Guzzanti, allora a capo della Commissione Mitrokhin, in questo curioso stralcio di intervista del 1997, in cui il progenitore di quei formidabili assi della satira che sono Corrado e Sabina, sfoggiava un misto di indignazione e umorismo, senza risparmiare il già famoso giornalista di Nessuno TV, Mario Adinolfi.

(ricostruzione dei fatti tratta da Aldo Moro doveva morire, di Federico Imposimato, edito da Chiarelettere)

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