Mr Bersani goes to Strasbourg
C’è una buona ragione per appoggiare la mozione Bersani nella sfida delle primarie PD.
Tornare a bomba, alla politica vera.
La tradizione politica europea prevede quattro grandi aree: quella conservatrice britannica o cristiano-sociale francese e tedesca (raggruppate attorno al gruppo del PPE), quella socialista-progressista inglese-spagnola-francese (raggruppate attorno al PSE), quella liberale inglese-tedesca, poi un insieme di ideologie minoritarie contemporanee, quella verde, quella nazionalista o anti-europeista, quella radical-liberale, altre.
La crisi della Prima Repubblica italiana, dopo da Mani Pulite, ha curiosamente distrutto i partiti tradizionali (che, tecnicamente, non potevano rubare in quanto partiti) e non le persone fisiche, con l’eccezione rilevante di Bettino Craxi. La DC, il PSI, il PCI, il PLI, il PRI, tutti morti. Grazie alla concomitante crisi del comunismo e i fatti dell’89 si è colta la mela al balzo, accoppàndo in un colpo solo vecchi partiti e ideologie della guerra fredda con uno stratagemma trasformistico, ricavandone l’invenzione di partiti nuovi di zecca (la Lega, Forza Italia, UDC, UDEUR, IDV) plasmati dal carisma dei propri leader o soltanto “cambi di nome” (i DS, UDC, PPI). Si è arrivati a usare quasi tutte le definizioni disponibili in natura: l’Ulivo, la Quercia, la Margherita, il Sole che Ride, l’Asinello, W la libertà, partito di popolo, popolo per il partito. Il successo ottenuto da Berlusconi e soprattutto la sua continuità al potere hanno poi spinto anche la sinistra a chiedersi se bastasse cambiare il marchio o non servisse piuttosto l’uomo carismatico, un leader che non solo guidasse un’organizzazione stabile ma che la rifondasse ogni volta, ogni giorno, sotto l’egida del suo nome. Un leader carismatico, sostanzialmente slegato dal suo stesso passato, ideologicamente irresponsabile (che può dire quello che vuole, tipo Tremonti che fa l’elogio del posto fisso, per dirne una)
L’anello mancante della “deriva carismatica” della politica italiana degli ultimi vent’anni era proprio Walter Veltroni, che si è proposto di far fare al PD la rivoluzione attorno a se stesso, ma con vocazione maggioritaria.
Veltroni ha rappresentato per anni il berlusconismo senza Berlusconi. Un impasto di ottimismo sfrenato e categorie ideologiche perlomeno spregiudicate. L’uso di simboli esterni (Kennedy, Luther King, Madre Teresa, fino a Obama) nella strategia interna. L’assenza di uno schema politico-ideologico coerente in cambio dell’amore per il sincretismo fertile, l’alchimia catartica, l’evocazione del Grande Sogno sempre pronto a partire, dal primo binario, per l’America. Il veltronismo come la versione di sinistra (o buona) del berlusconismo. L’adesione all’America nei suoi tratti più visibili (la politica, il cinema, il memorabilia) serviva come scorciatoia nell’era della comunicazione di massa. Prendere a prestito un’ideale con alto tasso di esportazione, cancellando tutto ciò che era la tradizione europea, noiosa e antiquata.
La necessità percepita di un Veltroni qualunque si giustificava proprio nell’esistenza di un quota di cielo berlusconiano sempre più cupo e opprimente, con tratti di cospirazione delle borghesie, complottismi massonici, fascismi permanenti alla sudamericana. Molti, nella breve epoca del plebiscito maggioritario (me compreso), hanno deciso di accantonare i dubbi sulla poetica veltroniana (la trovate qui) per cercare di afferrare al volo quella scorciatoia, quell’acceleratore interspaziale che doveva farci piombare immediatamente nel 2025, fuori dal buio dell’Italia contemporanea, oscurata dal cono d’ombra del pianeta berlusconide. Non che sia andata malissimo alle elezioni, ma il veltronismo è imploso appena si è trattato di scendere dal carro di Apollo e tornare nella fanga delle beghe di partito, quando c’era da lottare metro per metro. Fateci caso, Veltroni non ama queste battaglie di trincea come non le ama Berlusconi. Appena sono costretti a scendere dal Pantheon dei vivi, appena li fanno scendere sulla terra dei non predestinati, scatta la depressione personale che diventa depressione politica.
Com’è, come non è. Il veltronismo non funzionato. Non è stato abbastanza, diciamo. E per un po’ non ce ne sarà un altro. Franceschini è un veltronismo senza Veltroni. Più ruvido, meno ecumenico. Rimane nell’oratoria franceschiniana l’officiazione del rito da parte del discepolo, siamo all’evangelizzazione senza ancora il Vangelo, all’eredità carismatica del leader tramandata sulla fiducia e sul ricordo dell’idea precedente, su un nuovismo di per sé che vuole imporsi a tutti i costi e sgomita tra le mille rivoluzioni spermatozoiche in corsa verso l’infinito.
La mozione Bersani invece ha il difetto della tradizione che si trasforma in pregio, in questo momento. L’eredità è quella della socialdemocrazia in economia, accompagnata del liberismo nei diritti civili, progressista nell’insieme, riconoscibile in Europa come tappa della trasformazione delle ideologie comuniste e socialiste in socialdemocrazie laiche, non ideologizzate. Con Bersani la collocazione del PD ridiventerebbe più chiara, anche nello scacchiere europeo, un linguaggio comune, un DNA, punti di riferimento. Nei prossimi mesi la sfida difficile del PD sarà raccogliere per strada i comunisti-verdi naufragati tra i flutti delle vocazioni minoritarie e mantenere nei ranghi un numero significativo di cristiano-sociali di sinistra che – essendo l’unico tentativo di fusione del genere in Europa – dovrebbero essere loro a inseguire i socialdemocratici e non il contrario. Il PD dovrà tornare a essere il partito di riferimento della sinistra politica. L’obiettivo è raggiungere la massa critica elettorale del 30% entro marzo 2010 e puntare al 35-40 per il 2013. Credo che l’obiettivo a breve (raccogliere gli sbandati della sinistra estrema) sia più facile nel partito di Bersani: la crisi economica spingerà all’estrema o comunque nella classe dei salariati disagiati almeno 1-2 milioni di persone. Per l’obiettivo a lungo termine, solo Dio lo sa.
Bersani sarebbe un ripiombare nel passato, ma anche un ripiombare nella realtà. Soprattutto al Parlamento Europeo. E’ già leggendaria la recalcitranza del nuovo Partito Democratico a entrare nel Partito Socialista Europeo. Mesi di tira e molla che hanno portato alla ormai collaudata soluzione di “cambiare il nome” al gruppo del Partito Socialista Europeo (PSE) che ora si chiama Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici. Le resistenze dei cattolici rutelliani a farsi chiamare socialisti creava l’impasse. Fino a che c’era Veltroni questa querelle sembrava premonitrice di chissà quali innovazioni politiche profonde. C’era l’attesa messianica della quadra. Ma senza Veltroni ci si accorge che tutti gli altri paesi remano in un’unica direzione e solo l’Italia va al contrario. Che nessun partito ha cambiato nome, in Europa, fin dai tempi di Hitler. Che l’idea dei socialisti di non chiamarsi tali viene condivisa, a Strasburgo, solo con un deputato lettone e un cipriota.
La paura dell’eternità di Berlusconi non deve far sì che tutto la tradizione politica europea passata e contemporanea vada a farsi friggere. Prima o poi la ricreazione di Silvio finirà e bisognerà a tornare a fare politica davvero, e stavolta bisognerà farla in Europa, non sul treno immaginario per l’America. C’è stato qualcosa, in questi anni, che giustificasse un’exception culturelle della sinistra italiana rispetto a quella europea? Un rivoluzione tale da ispirare nuovi princìpi che travolgessero lo schema della socialdemocrazia utilizzato dai colleghi inglesi, francesi, spagnoli, tedeschi? Ha prodotto l’Italia, in questi ultimi mesi, qualcosa di talmente rilevante da cambiare le categorie che tutti gli altri usano? C’era qualcosa che impedisse veramente a Rutelli e Veltroni di entrare nello stesso gruppo di Gordon Brown o Zapatero?
La mozione Bersani non sarà forse la più sexy sulla piazza ma almeno farà capire al PD che l’eccezione culturale europea non era il partito, ma Walter. E’ andata così. Ci hanno provato. Forse davvero Berlusconi non era battibile in un paese, come l’Italia che ha una struttura socio-economica di destra per almeno i 2/3. Forse non ci voleva un nuovo sogno per la sinistra, solo un po’ di pazienza. Magari andare a letto presto, la sera, per un po’.
PS
(chi scrive non è nemmeno un socialdemocratico e ha votato Veltroni alle ultime elezioni soprattutto perché imbarcava la Bonino). Non so se voterò PD alle politiche anche se non posso non notare che Bersani è l’artefice delle uniche politiche liberiste in economia che siano state fatte, in Italia, negli ultimi vent’anni).
Mi scuso di non aver citato Marino, che è una persona capace. Ma è troppo presto per uno come lui.
