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Musica, Europa

Pubblicato il 7 giugno 2009

(prefazione parte I – noioso andante)

Nella scienza economica si parla di mercato per definire quello spazio teorico nel quale la funzione microeconomica del singolo individuo si incontra con la funzione macroeconomica dei fattori di produzione. Il risultato è la definizione di una quota di domanda e offerta di prodotto/servizio ad un dato prezzo di equilibrio, alto o basso che sia. Il prezzo (di equlibrio) assegnato ai beni/servizi è la caratteristica tipica del mercato. Senza il prezzo non c’è mercato. Senza prezzo (giusto) non c’è mercato (in senso tecnico)

(prefazione parte II – abbastanza noioso)

Lo Stato non fa parte del Mercato ma può entrarci a piacimento. O per regolarlo come arbitro o per interferirne come soggetto all’interno della funzione micro/macro. Secondo i liberisti lo Stato dovrebbe limitarsi a regolare il mercato oppure a “ripararlo” quando il mercato fallisce. Secondo gli assunti della socialdemocrazia il mercato non è in grado di realizzare gli ideali naturali della vita sociale tanto che lo Stato deve entrarci in maniera permanente come soggetto uber alles.

(intermezzo – gioioso)

Chi scrive è un liberista per cui raccomanda allo Stato di entrare nel Mercato solo quando questo fallisce, in senso tecnico.

(prefazione parte III – vivace, alla fine)

Contrariamente a quanti molti credono la recente crisi finanziaria, o dei subprime, non è una degenerazione del mercato ma un suo fallimento. Un fallimento reso evidente dalla mancanza del prezzo (giusto) dei titoli subprime che non “prezzavano” la componente di alto rischio dovuto al loro sottostante (“hey, signore banche, state investendo miliardi di euro in debito contratto da famiglie di negri degli slumps di Miami che comprano case che non potranno mai ripagare, siete sicure di quello che fate?”); il tutto attraverso titoli scambiati non sul mercato regolato ma “over the counter” con la benedizione della Federal Reserve e del Governo Americano che pompava denaro gratis nel sistema e stimolava i consumi tramite sgravi fiscali e boom del credito. Un fallimento del mercato “causato” dall’intervento dello Stato.

(ATTO UNICO)

Arrivo al punto: ci sono mercati che falliscono e mercati che funzionano. Nei primi ci mettiamo il mercato finanziario dei derivati di cui sopra. Nei mercati che funzionano includiamo quello dell’automobile che viene sovvenzionato dagli Stati, da diversi anni, senza un fondamento alcuno.

Tra i mercati che stanno fallendo, in senso tecnico, c’è il mercato della musica registrata, l’industria musicale: a livello mondiale, l’industria musicale perde circa 1 miliardo di dollari di incassi all’anno, più o meno a partire dal 2000, anno che possiamo far coincidere con il decollo della banda larga su Internet, che oggi, in Europa Occidentale, vale per gli operatori ISP un fatturato di circa 50 miliardi di dollaro l’anno. Di questi 50 miliardi di fatturato almeno 10 miliardi di dollari finiscono al fisco tramite IVA sulle bollette Internet.

Il 95% del consumo di musica digitale non viene pagato dai consumatori, per il fenomeno detto pirateria informatica. Solo il 5% della musica viene acquistata a pagamento. Il travaso teorico del fatturato dal supporto fisico a quello digitale sta avvenendo in maniera molto rapida (il CD è pronto a scomparire) ma con una dispersione del 95% degli incassi, come se per estrarre petrolio da un oleodotto lo si continuasse a bucare in più punti, lasciando aperte le falle. Di questo passo la musica l’industria musicale sarà scomparsa in meno di una decade. Con effetti disastrosi sull’indotto.

Si stanno dicendo molte cose sull’industria discografica: che è guidata da incapaci, che è troppo avida, che la sua dissoluzione servirà ad innovare, spostando il denaro dal prodotto fisico agli eventi dal vivo ed al broadcast pagato dalla pubblicità. Ma queste osservazioni rischiano di essere marginali (ormai le discografiche hanno management simili all’industria di largo consumo e non sono necessariamente più scemi del resto del mondo) ed a volte esageratamente ottimiste (la pubblicità di YouTube vale 200 milioni di dollari a livello mondiale, molti dubitano possa essere un vero salvavita per labels ed artisti).

Nel quadro generale del fallimento del mercato discografico le curve di domanda ed offerta non si incontrano più e non si crea più il prezzo giusto. Supponete di essere all’Autogrill con un notebook a portata di mano. Potete scegliere di comprare il CD a scaffale a 19,99 euro oppure connettervi mentre vi fate un caffé scaricando lo stesso CD gratis dalla rete con una connessione peer-to-peer. Se nello stesso punto fisico/virtuale del mercato avete questa disponibilità non esiste una funzione di domanda, non scegliete in base al prezzo ma alla vostra appartenenza di nicchia. Se fate parte del 5% che ama la musica di qualità superiore oppure è incapace di usare il notebook comprerete il CD a scaffale. Se fate parte del 95% che non è più disposto a pagare per la musica lo scaricherete gratis. Non c’è interazione tra le due nicchie, che fanno scelte di consumo pre-definite. Si arriva al paradosso di avere i super-consumatori (che ascoltano almeno 500 canzoni l’anno) che non la vogliono più pagare mentre i consumatori occasionali (che ascoltano poca musica ma magari preferiscono regalarla tramite CD) che sono gli unici disposti ancora a pagarla. E’ opinione di chi scrive che il prezzo di vendita non sia un fattore decisivo, la curva di domanda non è elastica. Se anche il CD costasse 9,99 anzi che 19,99 la quantità di consumi rimarrebbe pressoché invariata. Ecco come si riconosce il fallimento del mercato: il prezzo non serve più a modificare i comportamenti d’acquisto scorrendo lungo la curva di domanda. Ecco perché lo Stato dovrebbe intervenire in qualche modo a sanare la situazione come per le Banche (smettendo invece di sovvenzionare l’Auto).

Ma non lo fa. O se lo fa interviene con la forza.

Qualche settimana fa L’Assemblea Nazionale Francese (incalzata dalla lobby discografica parigina, in primis Vivendi-Universal) ha votato la cosidetta Legge Hadopi, o “legge dei tre colpi”. Un pirata beccato a scaricare file illegali da Internet verrà identificato ed avvertito in maniera formale per le prime due volte. Alla terza scatterà la punizione draconiana: interruzione della connessione Internet. La legge ha il dono della semplicità di interpretazione ma una serie di vincoli quasi impossibili per l’applicazione (identificazione utente, costituzionalità dell’intervento, limitazione della libertà personale). Uno dei primi dossier che si troverà ad affrontare l’Euro Parlamento che oggi stiamo votando nei 27 Paesi dell’Unione è proprio la regolazione della materia tramite il cosiddetto “Pacchetto Telecom”. Il contrasto tra la Legge Hadopi e l’orientamento europeo è già emerso nei mesi scorsi tanto che la Francia ha un po’ addolcito la pillola avvelenata ai navigatori Internet ma la battaglia è ancora tutta da combattere.

Il vero limite della Legge Hadopi è che attribuisce totalmente il fallimento del mercato ai consumatori e li spaventa, cercando di ripristanare la situazione legale di partenza. Ma dimentica il beneficio dei fornitori di banda Internet, le dinamiche delle relazioni discografiche- artisti, il ruolo passivo dello Stato incapace di far mantenere la legge nella sostanza (la legge Hadopi potrà essere aggirata schermando l’utente finale tramite software già in partenza) ed incapace di innovare filosoficamente e tecnologicamente il mondo del consumo.

Credo invece che in questa fase di transizione e caos, i Governi e l’Unione Europea (una Direttiva Europea sarebbe necessaria) dovrebbero avere un atteggiamento più conciliante, d’attesa, riconoscendo che un fallimento di mercato va affrontato con strumenti nuovi.

Anche devolvendo solamente il 5% dell’IVA incassata sulle bollette Internet dell’Unione Europea (l’1% della bolletta complessiva) si renderebbe disponibile mezzo miliardo di Euro l’anno di aiuti per l’industria discografica e musicale. Non è davvero nulla paragonato agli interventi attuali per Banche e Auto. L’aiuto potrebbe essere distribuito come incentivo per ogni canzone venduta in maniera legale e debitamente tracciata dai sistemi di vendita digitale, CD e dalle associazioni autori (es. SIAE). Per ogni canzone venduta lo Stato fornirebbe un contributo integrativo, in maniera non dissimile agli aiuti agricoli (tipo quote latte), già in piedi in tutta la Comunità Europea.

Il contributo-musica servirebbe a tappare le falle e permettere all’industria discografica di finanziare la transizione ad un mondo nuovo, che ancora non si capisce quale sarà. L’incentivo avrebbe un fondamento di mercato e non una logica assistenziale cieca. Si premierebbe la musica che vende di più, in quota pro-rata, mantenendo l’idea di premiare ciò che piace al pubblico.

I provider ISP non verrebbero quindi penalizzati, dovendo già loro investire i profitti attuali nell’ammodernamento della rete Internet sulla quale oggi non si fanno investimenti anche per timore della pirateria ed il lavoro delle lobby musical-discografiche-televisive.

Le case discografiche dovrebbero destinare il contributo a nuove produzioni ed alla ricerca di nuovi talenti.

Lo Stato dovrebbe ammortizzare il costo grazie alle maggiori vendite di musica ed ad un generale aumento del fatturato di sistema con maggiori introiti su connessioni Internet e vendita di Musica. Il sistema di incentivi dovrebbe rimanere transitorio, fino a quando venisse restaurata la funzione di prezzo e quindi il funzionamento del mercato in senso tecnico.

In più i migliaia di precari dell’industria musicale potrebbero arrotondare un po’ i loro introiti, focalizzandosi il più possibile nella produzione artistica, senza necessità di trovare un posto in banca per vivere (non facile trovare nemmeno un posto in banca, oggi, tra l’altro).

 


categoria: Contrail

Un commento a “Musica, Europa”

  1. M’avevate preso per un coglione : Jonkind scrive:

    [...] Nel mio intervento ne deducevo che lo Stato ha un solo modo di riparare a una sua impotenza, fornire un incentivo monetario alla domanda legale di musica. [...]

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