Lunedì 09 Mar 2009
Perché non è il 1929
Categoria: Contrail

Tutti i giorni mia madre mi chiama per sapere se il mio lavoro corre pericoli a causa della crisi economica.
"E' la crisi peggiore dopo il 1929", mi dice.
Dov'è l'errore? Beh, mia madre è nata nel 1942.
Mia madre non conosce l'economia, se non per quella che legge sui giornali.
Di questa crisi nessuno disconosce la natura drammatica, gli ottimisti prevedono una recessione breve (6 mesi), i pessimisti si spingono sui 24 e c'è chi paventa una depressione catastrofica che durerà più di 5 anni.
Tra i pessimisti catastrofisti si annoverano soprattutto i mezzi di informazione (giornali, tv etc.) che di economia forse sanno meno di mia madre ma che fin dai primi scricchiolìì del sistema hanno deciso che siamo di nuovo al '29, alla depressione decennale, alla disoccupazione al 25%, ai bambini laceri che vendono limonate agli angoli delle strade, alla necessità di almeno una guerra mondiale per uscire dalla crisi tramite il keynesismo spinto dai carri armati e dalle corazzate.
E' evidente che la crisi fa vendere più giornali, raddoppia la sintonia sui telegiornali ed i programmi di informazione: le notizie con le mani nei capelli, gli strepiti, fanno vendere il doppio il sistema dell'informazione e serve di certo un po' di comprensione per le esigenze dell'industria.
Ma il troppo è troppo e le fesserìe non dovrebbero passare il filtro del codice deontologico.
Prendete questa notizia oggi del Corriere: secondo il catastrofista con il turno di notte, data una ricerca della Banca Mondiale, il commercio Mondiale sarebbe in stato di collasso e toccherebbe minimi mai visti dopo la celeberrima crisi tra le due guerre: quando c'erano Mussolini ed Hitler, quando non c'erano le linee di aviazione civile, quando l'automobile era ancora un lusso e quando giapponesi e cinesi erano in guerra permanente.
Per la prima volta ci sarà il segno meno nella crescita, si farà un passo indietro.
Il relativismo numerico, prima che quello culturale, è il vero nemico della corretta informazione ma anche del buonsenso.
Evocare i morsi della prima crisi industriale moderna come se fossero uguali a quelli della prima crisi da iperingestione consumistica è un errore madornale.
Oggi il commercio mondiale vale almeno 14 triliardi di dollari e comprende nel suo circuito virtuoso quasi tutti i paesi della terra, anche Cina e Giappone che invece di scontrarsi alla baionetta si scambiano oggi beni e servizi. Nel 2009 ci sarà una frenata del commercio, certamente. Ma se l'informazione di massa vuol fare credere che si provano gli stessi patimenti quando si passa da 14 triliardi a 13,8, rispetto a quando il Mondo non sapeva neanche contarli i miliardi di dollari allora no, c'è davvero qualcosa che non va.
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