Operazione Valchiria

Tom Cruise fa parte di quella ristretta cerchia d’attori (ci mettiamo anche Nicholas Cage e magari Russel Crowe) che hanno una sola espressione ma la usano benissimo.
Nel caso di Tom quel misto di stupore e consapevolezza, quel mix di paura e incoscienza che ravvivano la pupilla e socchiudono la bocca in un perenne estatico falso movimento (interrotto ogni da tanto da un sorriso luminoso) compiono egregiamente il loro lavoro plasmatore del divo ad una dimensione che, non a caso, dava il meglio di se quando non capiva dove si trovava (Eyes Wide Shut di Kubrick) o quando lo capiva ma avrebbe preferito essere altrove (La Guerra dei Mondi di Spielberg).
Insomma, a parte la somiglianza fisica estrema al vero attentatore di Hitler, la benda sull’occhio di Claus Von Stauffenberg calza a pennello nell’identificare la proiezione monocolare del divo di Hollywood sul palcoscenico della Storia, facendo di Tom Cruise un ologramma perfetto del conte prussiano, nell’esatta rappresentazione d’ambiente e nel ritmo-thriller sapientemente gestito dal bravo Brian Singer.
Ma anche per Operazione Valchiria, come ogni volta che un soggetto affronta il caso Hitler, è quasi impossibile uscirne indenni dalla critica.
Nel caso di Operazione Valchiria si è puntato il dito contro il monolitismo del film d’azione e la mancanza di spessore storico e di varianza psicologica, come se fosse possibile aspettarsi qualcosa di diverso dati il regista, l’attore (anche produttore) sul campo. Si sono citati i polpettoni in divisa da guerra degli anni ’60/’70, come esempio da non imitare.
Personalmente ce ne freghiamo della polemica su Scientology: l’accostamento nazista – scientologiano appare piuttosto scontato e privo di puntelli adeguati. Ma forse il fanatismo settario (posto che Tom Cruise sia un fanatico settario, non ne abbiamo le prove) può aver influito nella costruzione dei personaggi, soprattutto dei buoni rivoltosi, che sembrano mossi da forte ed irremovibile tensione morale (con la sola eccezione del pavido cospiratore Olbricht) verso il delitto giusto per eccellenza mentre nella realtà storica i moventi e le tensioni interiori erano più ambigue, e la sintesi tra fedeltà militare al dittatore e risoluzione al riscatto tramite l’assassinio quasi impossibile, tanto da causare le incertezze ed i ritardi che mandarono a monte l’intera operazione.
Su questo ultimo aspetta si legga e rilegga Joachim Fest, biografo di Hitler così come dei suoi (tentati) assassini.
