(da un servizio a Sky TG 24)

“Oggi gli amici delle vittime sono tornate sul luogo della tragedia, in quel tunnel maledetto dove hanno visto morire quei ragazzi e ragazze che assieme a loro volevano solo partecipare a un momento di gioia e divertimento. Sono scioccati, spaesati e arrabbiati. Vogliono capire di chi è la responsabilità di quei 19 morti.”

(eh, ragazzi e ragazze che stavate vicino ai vostri amici, fianco a fianco, da un punto di vista puramente tecnico, è stata colpa vostra)

L’asso serbo era nella manica da un pezzo, non è certo un colpo di testa dell’ultima ora dell’amministratore delegato di FIAT, Marchionne, per spiazzare i sindacati dopo la vicenda Pomigliano.

Le manovre per fare dei dintorni di Belgrado, a un’ora di volo da Torino, uno dei siti produttivi più importanti per la produzione di automobili per la fabbrica torinese si articolano, da mesi, su di un terreno assai favorevole: la Serbia non fa parte della UE, ma è in coda per entrarci e in quanto tale gode di particolari benefici in termini di dazi doganali, che favoriscano l’attrazione della Repubblica balcanica nello spazio industriale europeo. In più la “fratellanza slava” con la Russia fa della Serbia un posto formidabile per produrre auto che verranno poi esportate nella Federazione Russa, dato che sono stati ridotti allo 0% i dazi sull’esportazione di veicoli fra i due Paesi.

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Quante mosche esistono nel tuo giardino? Quante sono? Quante volano nell’arco di 300, 400 metri e devi preoccuparti che non entrino per una finestra aperta, per una luce accesa? Quando le spruzzi della cara vecchia IG Farben e non trovi i loro resti, e ce ne sono altre che volano dopo che hai aperto le finestre, per cambiare l’aria? E quelle rientrano, nessuno gli dice di non rientrare che verranno uccise e invece quelle ti volano addosso, sulle palpebre, sul naso, sul braccio, con quel fastidioso freddolìno quando toccano la tua pelle. Ma quante ce ne sono là fuori?

Ha fatto il botto l’affermazione di Nichi Vendola che Carlo Giuliani, il manifestante ucciso a Genova durante il G8 del 2001, sarebbe da ascrivere all’Olimpo degli Eroi Civili d’Italia, come i giudici Falcone e Borsellino.

L’affermazione ha scatenato gli ultimi eredi della Pasionaria di Spagna (come qui) ma ha, come era lecito attendersi, scatenato soprattutto proteste. Vendola è stato costretto a un dietro-front/smentita parziale.

A dire il vero non credo sia importante il vero contenuto delle affermazioni di un politico, che non escono mai per caso. Meglio conoscere le intenzioni che non i risultati. Vendola sa benissimo che il suo elettorato più attivo è molto sensibile all’argomento di quel G8 in Liguria, e tenta di avere per sé tutto i loro occhi. Che si definisca Carlo Giuliani un eroe e poi lo si declassi sotto Falcone e Borsellino è un tentativo ozioso. Gli eroi sono eroi, dormiranno tutti nel medesimo Walhalla, non ci sono pacchetti turistici. Paragonare a Falcone e Borsellino piuttosto che a Suor Maria Teresa di Calcutta o Francesco Moser, è uno sport della domenica.

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Paul Allen, il miliardario americano alle prese con un linfoma non-Hodgkin per il quale ha appena completato un altro ciclo di chemioterapia, ha deciso di devolvere metà della sua fortuna (13,5 miliardi di dollari) ad iniziative filantropiche.

Paul Allen è uno dei co-fondatori di Microsoft che lasciò già negli anni ’80 per un’altra malattia, all’apice delle fortune della casa di Redmond, diventando un investitore in proprio con un gruzzolo che già lo iscriveva nella TopList dei miliardari del pianeta. Negli anni si sono sprecati i paragoni con Bill Gates, il socio di Paul nell’avventura informatica: mentre Bill faceva crescere Microsoft fino a farla diventare la Corporation per eccellenza Paul investiva i propri guadagni nelle direzioni più svariate: il nono yacht più lungo del mondo (l’Octopus), elicotteri, sottomarini, caccia e bombardieri della II guerra mondiale, squadre di sport professionistico USA (Portland Trail Blazers, Seattle Seahawks), la spada laser di Darth Vader usata in guerre stellari.

Insomma, qualcuno dice che li ha buttati (frequentando anche parecchie attrici e attricette di Hollywood).

Ma adesso la gigantesca donazione in beneficenza riscatterà Paul anche rispetto al ben più famoso socio (e filantropo) Bill.

Anche se a me viene in mente il celebre epitaffio – in vita – del calciatore inglese George Best: “Tutti i miei soldi li ho spesi in auto, alcool e belle donne. Il resto l’ho sprecato”.

Forza, Paul.

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Nel bel mezzo dell’estate 2010 la Finanza Mondiale sta uscendo lentamente dalla crisi dell’euro e del debito pubblico europeo ma per incontrare un’altra delusione sul fronte americano, dove la crescita del PIL e la fiducia dei consumatori stentano a riprendersi con continuità. Ne risulta un dato di stabilizzazione della disoccupazione americana attorno al 10%, troppo alto per pensare che il peggio sia passato.

Negli ultimi 30 giorni la congiuntura internazionale ha penalizzato Mediaset (-6,41%) ed Enel (-5,68%), mentre per Eni pesano le notizie di un possibile scorporo dal gruppo della rete di distribuzione Snam Rete Gas (-5,65%).

Il totale dell’investimento di Emilio è ora piuttosto vicino ai valori di ingresso nell’ottobre di due anni fa, con un rendimento del +7,4% sul capitale.

Portafoglio Berlusconi: ENI, ENEL, MEDIASET (giudizio buy, secondo il Premier)

Valore di carico al 10.10.08: 120.000 EUR (obiettivo raddoppiare il capitale in due anni)

Valore di chiusura 16.07.10: 128.980 EUR (+7,4%)

Rendimento alternativo “Italian Underdogs” (blue chips non consigliate da Berlusconi TELECOM ITALIA, GENERALI, LUXOTTICA, FIAT): 138.380 EUR (+15,3%)

Rendimento alternativo “Plus 20″ (azioni sconsigliate da Berlusconi APPLE, GOOGLE, AMAZON): 275.030 USD (+129,1% in USD)

Emilio Mood: :-|

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Ogni volta che Giulio Tremonti afferma che abbiamo il migliore (e più stabile) sistema pensionistico d’Europa viene davvero voglia di mettere mano alla pistola.

Lo ha fatto ancora oggi, a margine dei commenti sulla manovra finanziaria del Senato, che include altri artifizi per incrementare l’età pensionabile che nei prossimi anni salirà da 65 in su, fino forse ai 75 anni, in totale controtendenza con i nuovi ritmi della globalizzazione e il “ringiovanimento” richiesto alle nuove classi produttive per sopravvivere (oggi si è considerati professionalmente morti a 40 anni, altro che 75).

Il sistema migliore. Ma di che? Il più stabile? Forse, perché la riforma di passaggio al contributivo dal retributivo, a partire dal 1 gennaio 1996, ha promesso che a pieno regime (nel 2040) il sistema non potrà mai essere strutturalmente in deficit, in quanto dovrà pagare prestazioni pari alle sue entrate, con un meccanismo di equilibrio a prova di recessione economica.

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Sembra incredibile, dato il livello mediocre dei nostri ministri, trovare un galantuomo che si applichi nel rispetto delle leggi comunitarie e sfidi l’impopolarità del suo stesso bacino elettorale pur di mantenere gli impegni internazionali dell’Italia.

La faccenda è quella ben nota delle quote latte, con i produttori disonesti che dopo aver ottenuto rateizzazioni decennali per il pagamento delle sanzioni dovute alla UE, hanno ottenuto una ulteriore proroga fino alla fine di quest’anno, grazie al lobbying della Lega Nord durante la discussione della manovra finanziaria al Senato.

Galan, ministro dell’Agricoltura, ha dichiarato sempre la sua contrarietà a quest’andazzo ed è stato lui stesso a scrivere al commissario europeo, Ciolos, perché intervenga su questa ennesima exception culturelle della politica italiana.

Un ministro da seguire.

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C’è questa foto, il volto insanguinato di uno dei manifestanti-terremotati durante la manifestazione romana del 7 luglio. Molto sangue, e si vede,  ma il ragazzo nella foto e un altro manifestante se la sono cavata con medicazioni leggere.

Le prime notizie di giornata, mentre il corteo si faceva minaccioso verso la residenza di Berlusconi, sembravano più drammatiche di quanto sarebbero apparse solo in serata. Il riflesso dei media, ma più ancora della rete e dei social network, era stato subito per lo scatto della gamba verso il caso noto: il G8 di Genova, la polizia in tenuta da guerra che picchia indiscriminatamente il popolo pacifico, elegie sudamericane. Prima ancora di pranzo sbucavano le prime vignette di stampo centrosocialistico, poliziotti con scudo in plexiglass che menano di manganello l’agnello della manifestazione. Alcuni appelli online di nuove Pasionarie (“stanno picchiando i nostri ragazzi, ditelo a tutti, non lasciateci soli“) ci hanno per un attimo tenuto sull’orlo della parodia macabra.

Ci sono cose che in questo paese non si capiranno mai. Che la misura è forza, che il senso delle proporzioni è controllo.

Un paio di poliziotti ci sono andati giù troppo duro. Un paio di manifestanti le hanno prese più di quanto sia lecito aspettarsi in una manifestazione pacifica. That’s all. Qualche militare perderà il permesso di tornare dalla fidanzata per un paio di week end. Ma non c’è stato un tentativo di eversione fascista dall’interno.

Il corteo di protesta degli Aquilani era contro il decreto del governo che spalmava su 5 anni le tasse da pagare per i residenti delle aree colpite dal terremoto. Dopo gli scontri e il momento di tensione, con la mediazione del PD, gli anni di rateizzazione sono diventati 10.

Alla fine i due feriti sono stati utili alla causa.

Due feriti in un tafferuglio non sono una notizia, sono una forma di negoziazione nell’ambito democratico. Perché la politica ha ancora un rapporto fisico con la realtà umana che è destinata a controllare. Non facciamoci spaventare da un po’ di sangue, a volte serve più di mille parole.

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Da anni in Italia c’è il dibattito sul diritto del Lavoro, sullo Statuto dei Lavoratori, sulle garanzie dei protetti dal sistema e degli esclusi, i precari.

Un dibattito di questo tipo, ovviamente, non può limitarsi ai confini nazionali. La globalizzazione ha scatenato la concorrenza tra paesi per attirare investimenti produttivi. Le aziende girano il mondo alla ricerca di manodopera sempre più a basso costo e a diritti limitati, sia fuori dal mercato UE (la Cina) che all’interno del mercato UE (Polonia e Paesi dell’Est Europa in genere).

Il mio parere, riguardo all’Italia e all’Europa,  è che riforme del Lavoro debbano essere fatte in maniera omogenea all’interno dello stesso Mercato. Inutile pensare a una riforma del lavoro in Italia senza considerare quello succede in Germania, o in Polonia.

Un’altra osservazione che faccio è che per problemi che si discutono all’infinito di solito la soluzione è quella più semplice, che abbia una visione di lungo termine e che tagli alla radice tutti sofismi nel breve.

Ecco perché penso che andrebbe introdotto, nell’ordinamento europeo, una forma di contratto di lavoro sovranazionale, il Contratto di Lavoro Unico Europeo (CLUE), immediatamente applicabile su forma sperimentale in tutti i Paesi del Mercato Unico, che possa essere portato da un lavoratore che si muove da un Paese all’altro, ad esempio da un lavoratore di Pomigliano d’Arco che volesse trasferirsi a Tichy in Polonia, a lavorare in uno stabilimento FIAT.

La sperimentazione potrebbe durare 5 anni, l’adesione di aziende e lavoratori essere fatta su base volontaria, il framework di diritti e dovere molto semplice richiamando la legislazione nazionale ove necessario, l’adesione a Corti di Giustizia dovrebbe essere univoca a livello europeo e riguardare quasi esclusivamente i grandi temi (tutela dei diritti umani e protezione dalle discriminazioni).

Se la sperimentazione portasse a buoni risultati si potrebbe pensare a introduzione a livello obbligatorio per tutti i nuovi contratti di lavoro.

Tenendo presente una regola fondamentale: tutti i cittadini di fronte al lavoro sono uguali. Il trattamento diverso tra precari e tutelati non può continuare a lungo senza distruggere il tessuto sociale europeo.

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